INTERVISTA ESCLUSIVA ALLA BAND AUTOSTOPPISTI DEL MAGICO SENTIERO

Nel nuovo Far West del selfie ad ogni costo si muovono le tracce che compongono l’ultimo lavoro discografico degli Autostoppisti Del Magico Sentiero, ensemble teatral/musicale friulano che senza paura affronta a colpi di drum machine e sordine bucoliche un presente che si dimostra sempre più schiavo della comunicazione fine a se stessa. Alle soglie incandescenti della terza guerra mondiale il free jazz scomposto misto a residui di poesia reale immersa nell’elettronica più bieca e gutturale pare la giusta colonna sonora di un mondo dove i sempre più ingestibili livelli di ricerca di autocompiacimento tendono a creare raffinati gusci vuoti rivestiti da una patina di ipocrisia autoreferenziale in cui la ricerca costante della propria immagine riflessa da’ vita ad un’inferno narcisistico in cui lo stesso Dante avrebbe faticato a trovare una via d’uscita.

RINGRAZIAMO LA BAND PER AVERCI CONCESSO QUEST’INTERVISTA

1) Cosa vi ha ispirato a creare l’album “Narci Scisma – La Lobotomizzazione Del Risveglio” e quale messaggio sperate di trasmettere con esso?

L’ispirazione per Narci Scisma è arrivata non intenzionalmente, ma scatenata dai fatti della vita, le nostre esistenze fatte a brandelli da persone senz’anima che amano banchettare con l’altrui empatia hanno fortemente condizionato i testi di questo nostro disco. Il punto d’approdo del disco è infine forse solo la salvezza delle nostre anime.

2) Potete parlarci dei vostri precedenti lavori discografici?

I nostri precedenti lavori erano fortemente condizionati da un aspetto ideologico che via via ora lascia spazio ad atmosfere decisamente più introspettive. Il nostro primo disco si basava sulle letture  di alcuni testi di Bruce Chatwin, mentre il secondo era un confronto in campo aperto con il pensiero Pasoliniano. Con il terzo disco abbiamo cominciato ad approcciarci ad un formato compositivo più legato alla forma canzone che descriveva il conflitto in Ucraina e il recente lockdown. Musicalmente vi è stata una forte progressione da sonorità Folk/Jazz verso un connubio meticcio tra elettronica e cantautorato.

3) Come descrivereste la vostra musica a qualcuno che non vi ha mai ascoltato prima? Quali elementi la rendono unica?

Crediamo che la nostra musica sia un genere a sé stante. Abbiamo la presunzione di credere di aver imboccato una strada tutta nostra. L’elemento maggiormente caratterizzante del nostro approccio sonoro è la totale mancanza di schemi prestabiliti, ogni pezzo subisce una mutazione genetica nella fase di arrangiamento che solitamente parte da schizzi di composizioni alla chitarra acustica per poi arrivare a coprire l’uso di decine di strumenti e varie voci. Potremmo definire la nostra come la musica prodotta da un Chansonnier sotto mescalina accompagnato ed arrangiato dalla formazione più folle mai messa in piedi dal conservatorio di Atlantide.

4) Qual è stata la vostra esperienza di registrazione a Udine e come ha influenzato il suono finale del disco?

Udine è una città molto provinciale e non possiede un suono davvero suo. La nostra fortuna in questi anni è stata quella di conoscere Federico Sbaiz, collaboratore e fonico della famosa cantante Elisa. Il suo contributo tecnico e il suo approccio innovativo alla produzione hanno fatto si che i nostri dischi avessero un suono molto personale.

5) Il vostro album affronta temi come il narcisismo e l’autocompiacimento. Come pensate che questi argomenti si riflettano nella società odierna?

Questi temi sono talmente attuali che rappresentano la modernità in modo quasi assoluto. In realtà stiamo parlando di tutti noi. È impossibile pensare di poter stare al mondo oggi e pensare di essere immuni da tutto questo. I modelli comportamentali attuali stanno spazzando via un antico sistema di valori e non pensiamo che ciò sia necessariamente un bene.

6) In che modo l’uso di drum machine e sonorità elettroniche influisce sulla vostra musica, rispetto a un approccio più tradizionale?

Questo approccio è dettato soprattutto dal contributo sonoro di Martin O’Loughlin ed Alessandro Seravalle che sono, tra virgolette, i due DJ di questo progetto artistico. La loro capacità arrangiativa in questo senso porta i nostri pezzi in un’altra possibile dimensione dell’ascolto. L’uso sempre centellinato e raffinato di questi congegni elettronici da parte loro impreziosisce il risultato finale in modo netto.

7) Avete collaborato con diversi ospiti illustri. Come scegliete i vostri collaboratori e che valore aggiunto portano al vostro progetto?

Abbiamo avuto la fortuna di collaborare con musicisti e scrittori di valore assoluto in questi anni e vi è stato uno scambio di idee importante in questo senso. Il valore di musicisti come Giancarlo Schiaffini, Francesco Bearzatti, Massimo De Mattia ed Alfio Antico, solo per citarne alcuni e la presenza di scrittori importanti come Angelo Floramo, Andrea Balzola e Giovanni Fierro ha dato linfa preziosa a questo nostro progetto artistico.

8) Ci sono artisti o band che vi hanno particolarmente influenzato nel vostro percorso musicale?

I dieci dischi da portare sull’isola deserta degli Autostoppisti del magico sentiero:

1) Robert Johnson – King of Delta Blues Singers

2) Jamiroquai – Traveling Whitout Moving

3) Bob Dylan – Nashville Skyline

4) Tim Buckley – Happy Sad

5) Captain Beefheart – Truth Mask Replica

6) Lee Morgan – Searching For The New Land

7) John Coltrane – A Love Supreme

8) Toots and the Maytals – Time Tough

9) Lucio Dalla – Come è profondo il mare

10) Psychefunkapus – Skin

9) Qual è stato il momento più memorabile della vostra carriera fino ad ora? C’è una performance o un evento che vi ha colpito particolarmente?

Il momento più memorabile della nostra carriera è stato l’incontro in un gelido inverno di qualche anno fa con il nostro discografico Govind Khurana in una piccola cittadina sul confine italo/sloveno, questo evento casuale ma importantissimo ci ha permesso grazie alla sua passione e alla sua grande professionalità di accedere ad un pubblico più ampio. Il nostro miglior concerto è sempre il prossimo.

10) In un mondo sempre più digitalizzato, quale ruolo pensate che giochi la musica dal vivo e l’interazione con il pubblico per una band come la vostra?

Penso che la musica dal vivo oramai serva più ai musicisti per legittimare il proprio lavoro in studio piuttosto che al pubblico che oramai fruisce sempre più la musica tramite il telefono cellulare. Nel concerto dovrebbe esserci un che di sacro, uno scambio empatico tra emittente e ricevente, ma capita di vedere sempre più spesso un pubblico distratto.

11) Come vedete l’evoluzione della vostra musica nei prossimi anni? Avete già in mente nuovi progetti o direzioni artistiche da esplorare? 

Abbiamo già in cantiere un nuovo progetto, una collaborazione con musicisti provenienti dalle più diverse parti del globo, si tratta di una possibile sovrapposizione di musica da camera, elettronica e raffinata poesia novecentesca. Se tutto procede per il verso giusto vedrà la luce nel 2026.

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