Intervista a Raffaele Grimaldi – Dentro il suono, oltre il tempo

È appena uscito il secondo singolo tratto dall’album Piano Shapes Vol.1 di Raffaele Grimaldi: si tratta del Notturno n. 13 in do minore, op. 48 n. 1, una personale e intensa rilettura del celebre capolavoro di Chopin.

Con un approccio raffinato e introspettivo, Grimaldi attraversa le profondità emotive del brano restituendone la drammaticità e la delicatezza in un equilibrio perfetto tra fedeltà e interpretazione. Il singolo conferma la direzione poetica dell’intero progetto, che intreccia repertorio classico e visione contemporanea.

Un nuovo tassello di Piano Shapes, album che si annuncia come un viaggio sonoro di grande eleganza e sensibilità.

🎧 Il brano è disponibile ora su tutte le piattaforme digitali.

Raffaele Grimaldi è compositore, pianista, direttore d’orchestra e produttore. Musicista eclettico e versatile, ha ricevuto una formazione classica, diplomandosi con il massimo dei voti in Pianoforte e Composizione. Ha maturato un repertorio ampio e sfaccettato, che spazia dalla musica per installazioni e media alle forme tradizionali come l’opera, la musica strumentale solistica, da camera e orchestrale. Le sue composizioni sono state eseguite in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, Russia e Australia.

Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali, tra cui il Premio Valentino Bucchi, il Toru Takemitsu Composition Award e riconoscimenti alla Gaudeamus Music Week. Le sue opere sono state interpretate da ensemble di rilievo come la Tokyo Philharmonic, il Klangforum Wien e il MDR Rundfunkchor. Grimaldi è stato compositore in residenza presso istituzioni come Villa Medici (Prix de Rome), Schloss Solitude (Stoccarda) e il Nouvel Ensemble Moderne (Montréal).

Ha approfondito lo studio dei meccanismi della produzione del suono e dei processi cognitivi legati alla percezione musicale, interesse che lo ha portato a conseguire un Master in Psicologia e un Dottorato in Neuroscienze. Tiene regolarmente conferenze presso importanti istituzioni, e le sue opere sono pubblicate da Universal Edition, Rai Com e Suvini Zerboni. Attualmente insegna al Conservatorio “G. Martucci” di Salerno.

Abbiamo incontrato l’artista per una intervista esclusiva che riportiamo di seguito.

Benvenuto e grazie per questa intervista.

Maestro, partiamo dall’inizio: quando ha capito che il pianoforte sarebbe stato il suo strumento, la sua voce?

Credo sia stata una scoperta graduale ma inevitabile. Ho iniziato da piccolo, come molti, quasi per gioco, ma fin da subito ho sentito che c’era qualcosa di profondamente familiare nel suonare. Non era solo questione di talento o di attitudine, ma di risonanza interiore. Il pianoforte è diventato molto presto uno spazio di libertà, dove potevo esplorare le mie emozioni in modo istintivo, senza doverle spiegare. Col passare del tempo, quella sensazione è maturata, si è trasformata in consapevolezza: il pianoforte non era soltanto il mio strumento, ma il mezzo attraverso cui riuscivo a raccontarmi, a comunicare l’invisibile. È diventato una voce alternativa, spesso più sincera e diretta delle parole.

Lei è sia interprete che compositore. Come convivono queste due anime nel suo lavoro quotidiano?

Non le vedo come separate, anzi. L’interprete in me aiuta il compositore a pensare la musica in modo fluido, umano, fisico. E viceversa, il compositore invita l’interprete a esplorare, a non accontentarsi della superficie. Quando scrivo, penso già a come suonerà sotto le mani; quando suono, spesso immagino di riscrivere ciò che sto eseguendo, come se fosse sempre un’opera in divenire. È una convivenza fertile: una parte spinge verso la struttura, l’altra verso l’espressione pura.

Il suo stile è spesso descritto come introspettivo, poetico, ma anche molto strutturato. C’è una tensione tra razionalità e istinto nella sua musica?

Sì, e in realtà non la vivo come un conflitto, ma come una condizione necessaria. È una tensione che cerco di mantenere viva. Credo che la musica abbia bisogno di entrambe le forze: l’istinto per generare, la razionalità per dare ordine. Quando compongo, c’è sempre un momento iniziale in cui tutto è fluido, indefinito, quasi caotico. L’istinto prende il sopravvento, ed è importante lasciarlo fare, non ostacolarlo. Ma poi arriva un secondo tempo, quello in cui osservo a distanza, analizzo, ridefinisco. È lì che la struttura prende forma, che le scelte diventano più consapevoli. La poesia ha bisogno dell’architettura per restare in piedi, e viceversa, l’architettura ha bisogno della poesia per avere un’anima.

Lei ha lavorato anche con l’elettronica e in contesti più sperimentali. Che ruolo ha la tecnologia nella sua visione artistica?

Un ruolo importante, ma non invasivo. La tecnologia, per me, è un’estensione delle possibilità sonore e percettive. Non è mai il punto di partenza, ma uno strumento che può arricchire, espandere, suggerire nuove vie. Lavorare con l’elettronica mi ha insegnato ad ascoltare in modo diverso: a pensare al suono non solo come evento musicale, ma come materia, come spazio da modellare.

Qual è il momento della giornata in cui si sente più creativo?

Dipende. La notte ha un fascino particolare: c’è silenzio, introspezione, assenza di distrazioni. Ma anche la mattina presto ha una sua magia, soprattutto quando la mente è ancora libera dalle urgenze quotidiane. In realtà, la creatività va coltivata e rispettata, anche nei momenti in cui non si manifesta apertamente. Ci sono giorni in cui basta un dettaglio per accendere un’idea, altri in cui bisogna solo aspettare.


Prossimamente uscirà il suo nuovo lavoro discografico, Piano Shapes. Ce ne può parlare?

Piano Shapes è un disco nato dal desiderio di esplorare il suono del pianoforte in modo libero, geometrico ma anche profondamente emotivo. Ogni brano è come una forma che si modella nel tempo, con i suoi contorni, le sue ombre, i suoi spigoli e le sue curve: una ricerca sonora che unisce la chiarezza della struttura alla fragilità del sentire.

Prima della pubblicazione completa dell’album, per ora ho scelto di condividere due brani simbolici che rappresentano per me un ponte tra il mondo classico e quello più personale: la Ballata n.1 di Chopin e il Notturno in Do minore op. 48 n.1, sempre di Chopin. Due opere che amo profondamente, che ho scelto non solo per la loro bellezza universale, ma perché costituiscono una base solida e significativa del repertorio pianistico, da cui si dirama l’esplorazione musicale proposta nel progetto.

Nel corso dei prossimi mesi verranno pubblicati altri brani che andranno a comporre il cuore di Piano Shapes: un percorso che si muove tra evocazione e costruzione, tra memoria e trasformazione.
È un lavoro intimo, ma pensato per essere condiviso, ascoltato senza fretta, lasciando che la forma del suono si riveli nel tempo.

Che rapporto ha con il pubblico? Pensa a chi la ascolterà mentre compone?

Grimaldi: Non direttamente. Quando compongo, cerco di essere onesto con me stesso, di dire qualcosa che per me ha senso e valore. Però so che, se questa sincerità è autentica, può arrivare anche agli altri. Durante i concerti, invece, il pubblico diventa fondamentale: è come un respiro condiviso, una presenza viva con cui dialogare, anche nel silenzio.

Progetti futuri? Ci può anticipare qualcosa?

In questo periodo sto lavorando a più progetti contemporaneamente: da un lato, un ciclo di composizioni per pianoforte solo, profondamente legato ai temi del tempo, della memoria e della trasformazione; dall’altro, un disco dedicato all’interpretazione di grandi compositori classici come Chopin, Beethoven, Debussy, Bach e altri.
Sono entrambi lavori che nascono da riflessioni intime, ma che cerco di tradurre in una musica semplice, essenziale, accessibile.
Non voglio svelare troppo, ma sto esplorando nuovi modi per raccontare emozioni complesse attraverso linguaggi limpidi e diretti.

Un consiglio ai giovani musicisti che oggi vogliono intraprendere un percorso artistico?

Ascoltare tanto, suonare tanto, ma soprattutto avere pazienza. Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra dover accadere subito, ma l’arte ha bisogno di tempo, di sedimentazione. Io dico sempre che non bisogna rincorrere il successo, ma cercare la profondità. Ai giovani direi di essere curiosi, di esplorare altre arti, altri linguaggi. E soprattutto, proteggere il proprio fuoco interiore: la musica è un cammino lungo, pieno di ostacoli, ma se nasce da un’urgenza autentica, allora vale tutto. Non bisogna avere paura di essere fragili: è da lì che nasce la forza più vera.

CONCLUSIONE

In un tempo in cui spesso si rincorre la velocità, Raffaele Grimaldi ci ricorda il valore dell’ascolto profondo, della ricerca interiore, della pazienza necessaria per far nascere qualcosa di autentico. La sua musica è uno spazio sospeso, in cui la forma e l’intuizione si incontrano senza forzature, dove il pianoforte diventa voce, respiro, traccia. Con Piano Shapes, Raffaele Grimaldi continua il suo cammino tra riflessione e forma, tra eco classica e linguaggio contemporaneo. Un artista che sa fermare il tempo, senza mai smettere di ascoltarlo.
Un artista che non ha paura del silenzio, e che nel silenzio sa costruire mondi.

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