INTERVISTA ESCLUSIVA AL CANTAUTORE NOVARESE COLLEONI

Colleoni è il progetto solista di Luca Borin, cantante e autore novarese classe 1984. Dopo anni in vari progetti musicali e teatrali, Luca avvia un progetto personale per esprimersi liberamente. Il nome d’arte deriva dal cognome della nonna materna. Colleoni è musica d’autore, influenzata da artisti come Guccini, Gaber e De Andrè. Le canzoni sono scritte per durare, utilizzando strumenti acustici. Storie e ritratti, niente di nuovo ma realizzato con cura. Francesco Guccini preferisce definirsi un “Artigiano”; l’approccio è questo.

1) Qual è stata l’ispirazione principale dietro la creazione dell’album “Portulaca”?

L’idea di scrivere un disco, suonarlo e produrlo da solo. Non l’avevo mai fatto, quindi questo album nel bene e nel male, è esattamente quello che avevo in mente.

2) Come descriveresti il tuo processo creativo nel comporre le canzoni di questo album?

Ho due processi principalmente: Quello di getto, in cui il brano esce da solo, ed è valso per “Senza primavera”, “Parlami” e “Una perla”. Il secondo è quello in cui raduno gli appunti che mi prendo in ogni momento della giornata, tipo una frase efficace o un concetto, li sviluppo battendoli a computer (lo so, non è molto romantico, ma è pratico) e aggiungo fino ad ottenere qualcosa in metrica. Poi comincio a musicare quello, e da quell’embrione sviluppo il resto. “Sinonimi e contrari” ad esempio, è partita da “Meglio è come meno peggio”.

3) In che modo le tue esperienze personali influenzano i temi trattati nelle tue canzoni?

Non credo di fare una vita così interessante da tirarci fuori delle tematiche, mi servo del mio vissuto come un filtro o una lente, per raccontare altro.

4) C’è un brano dell’album che hai trovato particolarmente difficile da scrivere o interpretare? Se sì, perché?

“Sinonimi e contrari” non riuscivo a chiuderla. Più che un testo è un elenco, e non sapevo dove andare a parare. Ho pensato di concludere spingendo su quell’aspetto, con un elenco ancora più serrato. Invece “Parlami” mi sono dovuto impegnare particolarmente nelle riprese. Il brano è volutamente non a metronomo. Volevo che l’interpretazione risultasse il più naturale possibile, a rendere l’idea di uno “sfogo”, quindi ho registrato insieme voce e chitarra con più microfoni, e da lì ho sovrainciso il resto. Ma lavorare così, richiede un’esecuzione buona sia per voce che per chitarra, dall’inizio alla fine. Non so quante volte l’ho rifatta.

5) Come hai scelto i collaboratori con cui hai lavorato su “Portulaca”? Cosa hanno portato alla tua musica?

Come dicevo, “Portulaca” non ha molti collaboratori, il 90% delle riprese l’ho fatto io. Però per “Parlami” volevo un violino vero, e io non lo so suonare. Il mio amico Gianluca Visalli, che ringrazio, se ne è occupato, con un aiuto di un altro amico, Andrea Lentullo, che ha arrangiato le parti degli archi. Le poche batterie presenti nel disco le ho fatte io digitalmente (suonando dei pad) Ma per “Una perla” la volevo vera, e quindi l’ho affidata a Manuel Mormina che suona con me nelle “Mondane”. Amo moltissimo il suo groove. Poi c’è ovviamente sempre in “Una Perla” il feat con Omar Pedrini. Un’amicizia comune mi ha aiutato a contattarlo, il brano gli è piaciuto, e mi ha fatto questo bel regalo. Grazie!.

6) Quale messaggio speri di trasmettere attraverso il brano “Gaza”?

“Gaza”, che è l’unico brano del disco che non ho scritto da solo, ma con Antonello Mei, che ringrazio. Il brano vuole parlare di quella tragedia che per inciso, entrambi chiamiamo Genocidio, superando le letture geopolitiche che se ne possono fare, e tutte le disamine del caso, che per carità, è giusto fare, ma che implicano delle contrapposizioni. “Gaza” racconta il vissuto nei fatti e con parole semplici, la tragedia di chi ha visto arrivare le bombe, di chi ancora adesso, vive nelle macerie, perché quelle restano, e su quelle non c’è discussione.

7) In che modo vedi il tuo stile musicale evolversi nei prossimi anni?

Sicuramente ci sarà una maggiore coerenza dal punto di vista sonoro: “Portulaca” ha avuto una gestazione lunga, alcuni brani sono stati registrati 2/3 anni prima degli ultimi, ed ho usato anche attrezzature diverse, microfoni diversi, chitarre diverse, più che per scelta, perché quelli avevo all’inizio. Il prossimo disco (del quale ho già nel cassetto 4 brani) verrà registrato tutto insieme, e suonerà credo più compatto. In più voglio provare a sperimentare una prima stesura più musicale dei brani, e questo non può che sconvolgere il risultato finale

8) Come ti approcci alla scrittura dei testi, considerando il tuo desiderio di esplorare relazioni e emozioni umane?

A me piacciono le parole scelte, le immagini evocative, i concetti macchinosi. Cioè, Guccini, Conte, Gaber. Ora sto semplificando, ma l’estetica dei miei testi si appoggia su questi tre cardini. Sul desiderio di esplorare relazioni ed emozioni umane, in qualche modo, la cosa mi affascina. Chi mi conosce sa bene quanto Io ami discutere, questionare, anche polemizzare. È puro egoismo. Quando esco arricchito da una conversazione, o da una lettura, mi sembra di ricevere un dono enorme. A volte quel dono lo metto nei miei testi.

9) Qual è la tua canzone preferita dell’album e perché?

Mi tocca metterne due a pari merito: “Sinonimi e contrari” perché nel suo arrovellamento, risulta immediata e crea subito uno scambio con l’ascoltatore, in più dal punto di vista della produzione è uscita perfettamente fedele a come l’avevo in mente (non è scontato che avvenga.) “Il Bipensiero” perché ho lavorato molto su quel testo, e contiene tutti e tre i cardini di cui parlavo sopra, mi pare ben bilanciati. Comunque le canzoni sono come i figli: le ami tutte, e fare classifiche è difficile.

10) Cosa pensi del panorama musicale contemporaneo e quale ruolo pensi possa giocare la tua musica in esso?

Del mio ruolo non mi curo più di tanto, sono un pesce talmente piccolo che il mare non mi calcola. E comunque fare musica, non lo vedo come un mandato politico o morale. L’unico fattore importante è scrivere per creare qualcosa di bello. Il resto c’è, ma non è prioritario. Il panorama è davanti a un bivio: per come la vedo io, l’AI si porterà via una bella fetta di musica “usa e getta”. Nonostante la rivoluzione industriale, l’artigianato sopravvisse, anzi, forse ne guadagnò. Vedo un parallelo con chi come me (e siamo tanti) cerca di fare musica fatta per durare. Almeno finché non vedremo Robocop su un palco.

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