INTERVISTA AL CANTAUTORE ALESSIO VITO

1) C’è stato qualche episodio particolare che ti ha fatto sentire il bisogno di scrivere le tue canzoni? Qual è stato il tuo percorso formativo e che cosa l’ha influenzato di più?
Ciao ragazzi e grazie per l’opportunità. Non è facile stabilire con esattezza quando sia nato questo desiderio di scrivere, sono bisogni che il più delle volte sono dettati da esigenze a cui è anche difficile dare una vera e propria definizione e da sentimenti inconsci che probabilmente si ha dentro da sempre senza saperlo. Ricordo alcuni episodi, alcuni aneddoti… questo sicuramente. Ho preso in mano una chitarra classica verso i 10 anni per poi abbandonarla completamente dopo qualche mese di studio e riprenderla solo verso i 15-16 anni spinto dal mio amico Daniele che aveva iniziato a strimpellarla e, da lì, non l’ho più abbandonata. Ricordo che uno dei primi esperimenti di scrittura fu quello di personalizzare ad hoc proprio per Daniele il testo de “La canzone del sole” di Battista per fargli fare colpo sulla sua ragazza dell’epoca e devo dire che funzionò alla grande XD. Nella mia formazione, non solo musicale ma direi artistica e di vita, molto lo devo anche al mio maestro di musica, nonché mentore il Prof. Pietro Pelosi, che mi aperto un mondo che sconfina ben oltre il classico studio dello strumento e della teoria musicale; spesso passavo ore da lui senza toccare lo strumento ascoltando suoni e le sue massime sul significato ultraterreno dell’arte musicale, si parlava di suoni dell’Universo, suoni primordiali. Certamente per certi aspetti della mia personalità sono un po’ strano come mi dicono spesso, abbastanza riservato e introverso, difficilmente mi espongo e condivido le mie cose, i miei sentimenti e forse anche questo mi ha portato a questa esigenza del dover scrivere. Ricordo che uno dei primi brani inediti che scrissi in testo e musica fu alle superiori per partecipare ad un concorso e mi diede davvero tante soddisfazioni. La canzone si intitolava “Vita nel deserto”, era ispirata agli episodi terroristici così frequenti per l’epoca e alla guerra in Afghanistan vista attraverso gli occhi di un soldato, di un terrorista e di un civile in cui ognuno legittimava la sua posizione rispetto al conflitto ma esprimeva anche le sue paure. Incisi il brano in studio con i miei compagni di classe e ci aggiudicammo un premio della critica, mentre per il testo entrai nella top 4 per la sezione poesia di un riconosciuto premio a livello nazionale. Conservo ancora la pergamena, fu una bella soddisfazione e probabilmente l’episodio che poi mi diede la spinta per continuare. Poi da lì sono cambiate tante cose, le musica è diventata per certi aspetti una professione, facevo il cameriere da diversi anni e abbandonai tutto per dedicarmi a questa passione; i primi gruppi, le serate, feste di piazza, sagre, battesimi, comunioni poi i club, i festival ecc. ecc. ma soprattutto i Locus Amoenus, la mia storica band. Il percorso con i Locus, con questa famiglia di amici prima di tutto, ha influenzato per la stragrande maggioranza il mio percorso di crescita artistica e musicale; tanti concerti, tanti festival, ore ed ore in sala prova, tanta tecnica, tanta strada, tanti eccessi, tante soddisfazioni fino ad arrivare agli inediti, il disco e tutto il resto.

2) Il tuo album “SottoVuoto” è uscito il 9 novembre del 2020, può parlarcene?
SottoVuoto, mi piace definirlo come la summa delle esperienze musicali, artistiche e di vita fatte in questi ultimi anni; è un punto di arrivo che mi auguro presupponga una nuova partenza. I 9 brani di cui è composto rappresentano un po’ i vari lati di me, degli ascolti maturati, delle esperienze avute; ci ho messo quel che mi sentivo di metterci senza troppo arrovellarmi o cercare un qualche tipo di consenso, in primis dovevano piacere e soddisfare me. Non mi piacerebbe tirare fuori un qualcosa che non mi convince per poi rimuginarci sopra ogni qualvolta ne parlo o lo ascolto, questo non significa che non vi ritrovi oggi o domani degli aspetti critici o magari delle cose che cambierei o farei diversamente. Questo, però, ha a che fare con il tempo, lo studio, le esperienze e le possibilità. È difficile emozionare senza emozionarsi, spero che SottoVuoto possa emozionare nel bene e/o nel male senza lasciare indifferenti.


2) Quanto tempo ha richiesto la realizzazione del disco?
Beh di tempo ne ho impiegato un po’, innanzitutto per convincermi a registrarlo e trovare il mood e l’ispirazione giusta. Direi i suoi bei due anni di gestazione li ha avuti anche se non ci ho lavorato tutti i giorni, chiaramente. È un lavoro diviso tra Italia (per lo più a casa mia in Irpinia) e Francia dove ho vissuto per diverso tempo e dove probabilmente mi sono convinto a registrarlo ed anche per questo ho voluto incidere lì alcuni brani e alcune parti dell’album. Poi chi mi conosce lo sa, sono abbastanza rompipalle e cerco di dare il massimo che posso per arrivare ad un risultato che mi soddisfi. Mi piace curare molto gli arrangiamenti, gli intrecci armonici, cercare i suoni più consoni all’atmosfera, dare la giusta veste ai brani; scelgo con cura le parole, o quantomeno provo a farlo, credo che ognuna di esse si un tassello importantissimo nella trasmissione del messaggio. Provo a non lasciare nulla al caso. Ovviamente per fare tutto ciò ho avuto dei fantastici compagni di viaggio che mi hanno aiutato e sostenuto nella realizzazione dell’album.

4) Attualmente, è difficile pubblicare un album in piena fase pandemica da virus SARS-CoV-2? Come stai affrontando questo periodo?
È un periodo complicato anzi complicatissimo per il mondo dell’arte per non dire disastroso. Manca l’essenza, il live, la partecipazione e l’incontro con in pubblico; “l’incontro è sacro” diceva Piero Ciampi. Ancor di più tutto ciò manca quando si tira fuori nuovo lavoro, un album e non c’è cosa più bella di presentarlo al pubblico e promuoverlo nei concerti che è anche il modo più diretto, naturale e d’impatto per farsi conoscere e far conoscere la propria musica. Si spera che, però, questo momento in cui si ha più tempo a disposizione possa riportare in auge una pratica che è sempre meno in voga tra le nuove generazioni, ovvero l’ascolto. Oggi spesso l’ascolto si confonde con il sentire e la banalizzazione e l’omologazione sono il rischio di questa pratica; il linguaggio dei social troppo spesso finisce nelle canzoni. Personalmente sto cercando, per quanto possibile, di concentrare per poter sfruttare al massimo quei canali di cui disponiamo per diffondere il mio messaggio, anche se devo dire che ad oggi trovo molta difficoltà ad accettare ancora dopo quasi un anno la pratica dello streaming non vorrei diventasse cosa abituale anche successivamente. Inizialmente nel primo lockdown, mentre ancora lavoravo alla finalizzazione del disco, ho cercato di investire il tempo oltre che all’ascolto, ascolto tantissima musica più di quanto legga, scriva o guardi film, anche a sperimentare e creare divertendomi. Girai, infatti, una serie di videoclip in quarantena di alcune cover di brani celebri della canzone d’autore italiana che ho completamente ri-arrangiato in studio. Devo dire che è stato molto di aiuto a superare questo difficile periodo senza socialità.


5) In precedenza hai pubblicato “Clessidra” e “Un Aprile Sbagliato”, puoi parlarcene?
Beh “Clessidra” è il primo vero grande lavoro in studio che ho fatto con i Locus Amoenus. È un album di cui sono e siamo molto fieri e orgogliosi, 7 brani inediti per 65 minuti di musica che abbiamo consegnato a questo meraviglioso mondo della musica e del Progressive Rock. È stato un lavoro complesso ma anche divertente e stimolante; c’è tanto lavoro ma anche la giusta dose di ingenuità. Inutile dirti che risentendolo cambierei delle cose ma piuttosto da un punto di vista tecnico di registrazione che di scrittura che lascerei indenne così come lo spirito che avvolge l’album. In “Clessidra” ho scritto tutti i testi e buona parte delle musiche, inciso le acustiche, parte delle elettriche e suonato il flauto traverso in stile “Ian Anderson” per intenderci XD. Entravo in studio con un’idea e insieme trovavamo la giusta veste da cucirci; eravamo davvero una band affiatata, coesa, ci capivamo senza nemmeno parlarci (lo facevamo con gli strumenti), volevamo spaccare e si sente. Per certi versi devo dire che abbiamo spaccato, soprattutto live eravamo fortissimi, ci siamo tolti tante soddisfazioni anche se forse ci siamo fermati sul più bello ma … mai dire mai! Risentendolo a distanza di anni mi rendo conto di quanto malinconici siano quelle liriche, di come già all’epoca veniva fuori questa condizione incerta e precaria, sorretta probabilmente da una rabbia e una voglia di esplodere diversa dall’attuale, c’era ancora molto da vivere e scoprire. Devo dire che a dispetto degli anni quei testi, quelle parole sono ancora molto attuali e in questo, mio malgrado, ci ho visto lungo; anche il rapporto con il tempo in “Clessidra” non è dei migliori XD. “Un Aprile Sbagliato” è stato invece il primo vero lavoro che ho affrontato da solo. È un libro accompagnato da un album strumentale di mie composizioni inedite, tra l’ambient e una leggera elettronica (anche qui 7 brani). Questa volta sono partito dalla prosa, nutrivo l’esigenza di esprimermi in maniera meno sintetica e più riflessiva ma allo stesso tempo sentivo nella mia testa suonare la colonna sonora di quel “film” per cui decisi che dovevo fare entrambe le cose e così montai la mia “sceneggiatura”. Iniziai la scrittura nel 2014 a cavallo tra casa mia e Bologna per poi pubblicare il lavoro successivamente nel Maggio 2015 e partire in un breve tour in forma di reading-concerto. È un lavoro di cui non parlo molto solitamente e che nemmeno mi capita più di tanto di riascoltare o di rileggere, mi ha coinvolto molto emotivamente e ci ho riflettuto davvero tanto prima di tirarlo fuori. Chissà che un giorno non decida di mettere in rete quei brani e magari anche quei “versi di un racconto breve”, così come mi piacque definirlo all’epoca. Vorrei sottolineare che anche quel lavoro lo registrai insieme all’amico Emilio Capuano, nonché anche fonico, arrangiatore e produttore di “SottoVuoto” con me; la sua è una presenza fondamentale.

6) Quali sono i pezzi che più ti rappresentano?
Difficile risponderti ogni pezzo ha qualcosa che potrebbe rappresentarmi sia dal punto di vista musicale, sia sul versante espressivo e della scrittura. “Settembre” che è stato il primo singolo con videoclip estratto dall’album di sicuro non l’ho scelto a caso perché credo riassuma efficacemente quelle che sono un po’ le tematiche e l’andamento di “SottoVuoto” anche come sonorità ed intenzione. Posso dirti che nemmeno la tracklist dell’album è casuale, ogni canzone è posta lì perché è la sua giusta collocazione; se “Firenze S.M. Novella” è posta lì nel mezzo del disco è perché è certamente una canzone di rottura che ha aperto e chiuso nuovo strade, così come “Il Giorno dopo” si trova quasi sul finire del viaggio sonoro. Diciamo che preferisco che sia piuttosto l’ascoltatore a trovare un pezzo che più possa rappresentarlo; “i figli so’ figli” diceva Eduardo De Filippo.

7) Quanto di personale c’è nelle tue canzoni?
Tanto, di sicuro. Se non vivo, incamero e digerisco dei fatti e delle vicende è difficile che possa buttarle fuori e in questo sono certamente più “Gucciniano” che “Deandreiano” senza voler azzardare paragoni. Ti citerei proprio Guccini in proposito quando dice “la canzone è il fatto di un momento, che serve per altri momenti”.

8) Scrivi molti pezzi oppure hanno difficoltà a nascere?
Scrivo quando ne sento l’esigenza, quando ne ho voglia e quando mi va. Spesso devo dire che sono anche pigro nell’appuntarmi un pensiero, una riflessione mentre altre volte magari scrivo l’intero testo di una canzone e magari anche la melodia; come dico sempre non penso molto al fatto di dover scrivere una canzone, poi chiaramente ci sono delle eccezioni. Certo è che in un periodo come questo dove le esperienze e il “vivere” sono ridotti al minimo, per certi aspetti potrebbe subirne il peso anche la scrittura di canzoni, c’è il rischio di inciampare in stereotipi o banalità.

9) Ci sono stati autori che hanno avuto o che hanno influenzato la tua scrittura?
Domanda da un milione di dollari XD. Chiaramente moltissimi, forse troppi. Un paio li ho citati già in precedenza e penso a Guccini, De André, De Gregori, Fossati, Piero Ciampi e tutti i grandi cantautori della canzone italiana fino a Niccolò Fabi, Silvestri, Paolo Benvegnù che sono miei ascolti ricorrenti ma ce ne sono tantissimi altri che volendoli citare tutti ne dimenticherei sempre qualcuno. Ovviamente influenze sono presenti non solo nella canzone d’autore e nella musica italiana. Penso, ad esempio, ad Emidio Clementi dei Massimo Volume, uno scrittore che adoro e di cui ho letto non solo tutti i testi ma anche i romanzi. Poi non è detto che domani non possa scoprire un nuovo autore che mi folgori improvvisamente; provo ad essere per quanto difficile “open mind”.

10) Oggi forse più di ieri c’è una contaminazione dei generi. Pensi che la musica si sia aperta al mondo?
Ma dipende, direi. Io vengo da un mondo come quello del Progressive Rock dove già 50 anni fa c’era una contaminazione di generi incredibile dalla musica barocca all’elettronica di allora. Oggi forse è più facile trovarla questa contaminazione grazie alla musica digitale, ad internet che ci permette di aver con un click tutta la musica che vogliamo di qualsiasi genere. Piuttosto spero che sia il mondo e chi lo abita ad aprirsi di più alla musica.

11) Come giudichi l’uso della tecnologia e dei social media nella musica di oggi?
La tecnologia e i social media possono essere senza dubbio una grande risorsa ma vanno usati consapevolmente e con parsimonia; è un po’ come distinguere il cazzeggio dalla serietà e ci sono dei momenti in cui bisogna concentrarsi e lavorare seriamente mettendo da parte le futilità. Per cui credo che se si raggiunge questa consapevolezza allora i social sono dei mezzi di diffusione, promozione e promulgazione fortissimi e potentissimi. Quello che mi spaventa è che molto spesso l’immagine supera i contenuti e la musica passa in secondo piano, il messaggio (ammesso che ci sia) si perde a scapito delle apparenze; ora non è che nella musica e nell’arte in genere non ci sia stato ed abbia anche contato l’immagine, anzi ha aiutato a costruire dei miti assoluti, però a questa erano associati dei contenuti validi e spesso avanguardistici (penso ad esempio a David Bowie, tanto per citarne uno “qualsiasi”). Vanno bene i social, va bene la tecnologia ma non perdiamo di vista i contenuti, il messaggio e la vita reale! Poi io sono uno ancora legato ai supporti fisici (CD, Vinili, ecc.) mi danno l’impressione di poter toccare la musica con mano e ho voluto a tutti costi fare il CD fisico di “SottoVuoto” con la bellissima grafica curata da Vittoria Capuano.

12) Gli artisti spesso vivono immersi nelle emozioni del presente. Il futuro ti spaventa? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sinceramente vivrei immerso nel passato in questo momento o comunque in una dimensione che le prescinde tutte (ihihihi). Mi fa paura piuttosto il presente direi mentre se penso al futuro mi angoscia. Mi trovo tutti i giorni a confrontarmi con le nuove generazioni e sono sempre più stupito in positivo perché sono ragazzi che potrebbero fare tantissime cose contemporaneamente, in negativo perché ne fanno sì e no mezza. Si è perso molto il senso critico, la capacità di osservare le cose e farsi una propria idea giusta o sbagliato che sia, il coraggio di esprimerla e la voglia di vederla realizzata e mettersi in gioco partecipando. Vedo un futuro in cui la curiosità e di conseguenza le scelte saranno molto limitate, richiamo di avere tanti robot e pochi umani; la curiosità, è quella che sta scomparendo eppure oggi abbiamo, grazie alla rete, infinite possibilità di scelta. Dobbiamo essere bravi e aprire la mente, curiosare, ricercare oltre alla spazzatura che ci servono tutti i giorni dall’alto, spero vivamente che potremmo risvegliarci un po’ da questo dormiveglia. Veniamo ai progetti, difficile farne adesso… certamente quello di suonare, di poter tornare a suonare dal vivo su quella “casa” chiamato palco e poter incontrare di nuovo il pubblico, gli amici, poterci bere una birra insieme parlando del concerto o del cazzo che ci pare. Vorrei organizzare una grande festa di presentazione dell’album “SottoVuoto” con la band al completo e tanti amici e musicisti ospiti con cui condividere il palco, il prima e dopo concerto. Seguiranno sicuramente altri singoli e videoclip estratti dall’album a cui sto già lavorando; per il resto penso già al prossimo album che, prima o poi, spero (o meglio ho fiducia) arriverà.

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