Intervista esclusiva alla cantautrice Augustine

Benvenuta Augustine, grazie per averci concesso quest’intervista.


1) Come è nato il nome d’arte? Potresti raccontarci un po’ la tua storia artistica?
Vengo da una formazione artistica sostanzialmente visiva. Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Perugia, dove mi sono laureata in pittura al corso del prof. Cardinali. È stato lì che ho incontrato Augustine per la prima volta: stavamo facendo delle letture degli scritti del filosofo dell’arte Georges Didi-Huberman ed io mi appassionai a L’invenzione dell’isteria, perché il tema dell’isteria, come misteriosa malattia del femminile, mi incuriosiva molto, sentendolo a me vicino. In effetti, il libro parla di come la diffusione di quella “malattia”, con le sue manifestazioni plateali, fosse inscindibilmente legata al proprio essere messa in immagine. Era l’Ottocento e si diffondeva in quel periodo la prima fotografia; attraverso quel mezzo i medici “catalogavano” gli atteggiamenti delle isteriche. È proprio questo il punto cruciale che mi interessa e che mi ha spinto ad adottare il nome della protagonista del saggio come nome d’arte: il porsi come soggetto e oggetto allo stesso tempo, essere immagine di me stessa, senza poter prescindere dal mio essere donna, con tutte le complessità e le problematicità che questo comporta. Che poi il mezzo espressivo sia la pittura (l’arte visiva in generale), la scrittura o la poesia è una questione secondaria per me, anche se la musica è il mio canale preferenziale, almeno in questo periodo della mia vita.

2) Il ruolo dei cantautori è sempre stato soggetto a cambiamenti. Qual è la tua opinione sui compiti (ad esempio politici / sociali / creativi) dei cantanti e come raggiungi questi obiettivi nel tuo lavoro?
È senza alcun dubbio che un artista abbia una responsabilità sociale di ciò che fa e che di questo debba essere sempre ben cosciente. Non penso però che il fine dell’arte debba essere diverso dalla poesia stessa, oggi come sempre. Al contrario, poi, in un momento in cui troppi denunciano, si indignano, fanno gli opinionisti, credo che riportare il fuoco al centro dell’atto estetico sia la cosa migliore che si possa fare. Non ho mai avuto la presunzione di parlare a nome di qualcuno, né del resto permetterei mai che ciò accada, essendo i miei contenuti fortemente personali, di un’intimità inviolabile. Quando mi accorgo che la mia musica arriva come un’eco a toccare nel profondo l’altro e risuona nell’animo altrui, facendone vibrare le più segrete corde, io sento di aver assolto a tutti miei compiti e sono enormemente appagata.

3) Il tuo album “Proserpine” è uscito il 16 aprile del 2021, puoi parlarci di questo lavoro?
Ho iniziato a pensare a Proserpine quando mi sono resa conto che i brani che stavo componendo erano tutti legati da un filo conduttore, sia in termini di contenuti che di sonorità. In particolare, ciò che li accomunava era un senso di reclusione, di prigionia, di auto-esilio. Un’immagine avevo in mente: il quadro di Dante Gabriel Rossetti Proserpina, che ritrae la dea nell’atto di guardare verso un fugace sprazzo di luce momentaneamente apertosi dalle porte del palazzo dell’Ade. Proserpina divenne l’immagine guida delle mie composizioni ed iniziai a scrivere identificandomi con la figura del mito, filtrando il racconto auto-biografico con le sue simbologie e vicissitudini. Il mito di Proserpina parla di morte (il precipitare nell’Ade), ma anche di rinascita (la risalita al mondo nei mesi primaverili). Proprio questo viaggio rituale compio, insieme con le mie canzoni.

4) Quanto tempo ha richiesto la realizzazione dell’album?
Le mie gestazioni sono sempre elefantiache. Ho iniziato a comporre i primi brani prima ancora che Grief and Desire, il mio album precedente, fosse uscito, nel 2017-2018, proseguendo poi nel 2019. Alla fine di quell’anno avevo registrato in casa tutti e demo e nei primi mesi del 2020 ero finalmente in studio a “La Cura Dischi”. Il lavoro però è stato interrotto dal primo lockdown ed è quindi stato portato a termine solo nell’autunno dello stesso anno. Finita la fase di registrazione, ci è voluto del tempo per valutare come meglio valorizzare l’album e questo tempo – vista la situazione pandemica, nel frattempo giunta alla sua seconda ondata – me lo sono preso con la dovuta tranquillità. Sono finalmente entrata in contatto con “I Dischi del Minollo” verso Febbraio. Ed ecco finalmente che Proserpine è venuto al mondo, diciamo dopo almeno tre anni.

5) Attualmente, è difficile pubblicare un disco?
La pubblicazione di un disco in sé è qualcosa che oggi è davvero alla portata di tutti; il problema è il come. Io stessa vengo da anni di auto-produzione e mi accorgo quanto sia importante per un artista non essere solo nel momento di un release. Credo che il supporto di un’etichetta, di un produttore o di un ufficio stampa siano fondamentali. Da questo punto di vista, forse, oggi un artista corre anche qualche rischio in più: la situazione di crisi generalizzata, aggravata dalla pandemia, rende tutti più affamati; gli squali aguzzano i denti.

6) Come stai affrontando questo periodo in piena fase pandemica da virus SARS-CoV-2?
Ho fatto molta fatica, soprattutto all’inizio, ad accettare tutti quei provvedimenti che limitano la libertà di un individuo. Ovviamente la cancellazione di concerti ed eventi dal vivo è una tragedia per tutti i lavoratori del settore, lo è anche per me. Tanto più in questo momento, in cui la promozione live del disco appena uscito sarebbe la cosa più naturale da fare. Ho dovuto adattarmi, come tutti, e trovare dei modi costruttivi per sfruttare questo tempo dilatato. Mi dedico a me stessa e alla mia musica in tutti quegli aspetti che posso portare avanti da casa. Al di là, però, della momentanea (speriamo) perdita di “socialità” musicale, devo dire che poco è cambiato nelle mie abitudine artistiche, da sempre volte ad una certa solitudine e all’introspezione.

7) Quanto di personale c’è nelle tue canzoni?
Tutto. Non vedo come si possa prescindere dal sé, nell’atto estetico; io, ad ogni modo, non ne sono capace. Anzi, nella musica spesso mi trovo, mi ritrovo, è il mio mezzo per identificarmi e tenere bene a mente chi sono. Sono ciò che faccio, c’è una coincidenza totale.

8) Cosa significano per te improvvisazione e composizione? Quali sono per te, i loro rispettivi meriti?
L’improvvisazione – limite mio – è una modalità del fare che mi è piuttosto estranea. D’altro canto, la composizione è per me qualcosa di estremamente naturale: quando scrivo una canzone non faccio che dare forma ad un’idea originaria che è del tutto completa, dai suoni, alle armonizzazioni vocali e all’arrangiamento. Semmai, con il tempo, posso dire di aver imparato ad accogliere il caso come il benvenuto nel processo compositivo. Spesso il caso ci regala delle soluzioni miracolose a cui non avremmo mai pensato.

9) Come giudichi l’uso della tecnologia e dei social media al servizio della musica?
Sono un’arma a doppio taglio. Bisogna stare molto attenti a saperli sfruttare e non a farsi sfruttare da essi (cosa che comunque in parte accade nostro malgrado). Bisogna essere capaci di appoggiarvisi come a dei mezzi, che è quello che dovrebbero essere, e non a diventare noi stessi il mezzo di qualcosa. Offrono effettivamente grandi possibilità anche a pesci piccoli come me, ma rimangono del resto delle caselle rigide dove si è in qualche modo costretti ad entrare, a volte a prezzo di qualche piccolo auto-tradimento od omissione. Bisogna muovervisi con intelligenza, imparare una certa scaltrezza.

10) Che consigli daresti ai nuovi artisti che desidererebbero emergere?
Direi loro in primis di non intraprendere questo percorso con lo scopo di emergere. Invece, tastarsi bene, guardarsi allo specchio, fare un bell’esame di coscienza e chiedersi davvero se si ha qualcosa da dire. Le idee sono tutto, se mancano quelle produrremo involucri vuoti e saremo solo personaggi in cerca di un autore. Se le idee ci sono, avere ben chiaro come devono essere espresse, perché non è vero che esistono tanti modi di dire la stessa cosa. Se è tutto chiaro, lottare con tutte le forze per dare al proprio lavoro la visibilità che merita e qui bisogna veramente guardarsi le spalle di continuo. Mai cedere ad illusioni. Non nutrire alcun tipo di aspettativa. Fidarsi sempre solo di chi è all’altezza di ciò che facciamo, di chi lo sa cogliere e valorizzare, senza fraintendimenti, senza volerlo trasformare in qualcos’altro. Ed essere dannatamente ostinati sempre, fino all’ottusità.

11) Gli artisti spesso vivono immersi nelle emozioni del presente. Il futuro ti spaventa? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Il futuro è stato per molto tempo nient’altro che un’enorme buco nero, senza aria, senza luce, senza alcuna prospettiva (e credo purtroppo sia una visione molto diffusa nella mia generazione). Sono terrorizzata dal tempo che avanza, dalla paura di crescere, cambiare, invecchiare. Niente mi toglierà mai queste paure, ma qualcosa è accaduto nella mia vita negli ultimi mesi ed ha cambiato ogni mia prospettiva. Ora penso all’indomani come ad una strada aperta, da percorrere un passo per volta. Mi difendo proprio così, vivendo ogni giorno per sé, succhiando il nettare della vita con grande avidità. Non sono una persona capace di fare progetti, purtroppo per me e per chi mi circonda, ma nel mio futuro la musica (l’arte) terrà sempre per mano la vita, questo è certo; indipendentemente dall’esito dell’uscita di Proserpine e da ogni possibile sviluppo della mia “carriera”; sarà sempre così. Quando si spegnerà l’una, si spegnerà l’altra.

Ti ringraziamo per averci dedicato un po’ del tuo tempo libero.

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