Louis Armstrong, 50 anni fa moriva uno dei più grandi jazzisti del XX secolo

Louis Daniel Armstrong non è solo uno dei più importanti musicisti del ‘900: è il trombettista per eccellenza. Noto anche con il soprannome Satchmo o Pops, è nato a New Orleans il 4 luglio del 1901 e morto a New York quasi 70 anni dopo, il 6 luglio del 1971. A 50 anni dalla scomparsa, la sua musica e la sua influenza continuano a essere rintracciate nelle composizioni di numerosi artisti contemporanei. Ad Armstrong si deve l’aver portato il jazz in tutto il mondo facendolo evolvere e apprezzare anche all’estero. Nel corso della carriera il trombettista ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali un Grammy Award postumo, nel 1972, per il significativo contributo alla storia della musica e all’importante influenza esercitata su di essa. Sulla Walk of Fame di Hollywood, poi, brilla la sua stella dal 1960. Louis Armstrong è nato in una famiglia umile di New Orleans, nipote di schiavi, e ha trascorso l’infanzia in un sobborgo della città chiamato “Back of Town”. Quando è ancora neonato, il padre abbandona la famiglia e la madre decide di far crescere il bambino con la nonna e lo zio. Sin da piccolo Armstrong lavora raccogliendo carta o come fattorino nei postriboli. Appartenente al fondo della scala sociale, in un ambiente fortemente razziale, Louis entra ed esce dai riformatori. Si avvicina al jazz, che all’epoca veniva chiamato “ragtime”, nella parte nera di Storyville, il quartiere a luci rosse. In quegli anni New Orleans è il fulcro del nuovo genere musicale e, proprio in riformatorio, all’età di 12 anni, Armstrong prende le prime lezioni di cornetta. Vi era stato mandato per aver festeggiato il Capodanno 1913 sparando in aria con un revolver rubato. Il professor Peter Davis è il primo a farlo avvicinare alla musica e istruirlo. Il 12enne diventa il leader della band del riformatorio, inizia a suonare in giro e a prendere contatti con i musicisti più famosi. Alla sua città, il trombettista dimostrerà sempre, nonostante tutto, riconoscenza. In un’intervista raccontò: “Ogni volta che chiudo gli occhi per soffiare nella mia tromba, guardo nel cuore della buona vecchia New Orleans… Mi ha dato qualcosa per cui vivere”. Mentore del giovane musicista diventa Joe “King” Oliver che, nel 1919, gli lascia il posto nella migliore band di New Orleans. Nel 1918 Armstrong si era intanto sposato con Daisy Parker, ma il matrimonio fallisce presto. Nel frattempo il musicista adotta un bambino di 3 anni, figlio di sua cugina che era morta durante il parto. Il piccolo ha problemi mentali causati da un incidente e il musicista si occupa di lui per tutta la vita. Intanto le sue abilità musicali migliorano e a 20 anni Louis diventa uno dei primi jazzisti a essere incluso in vari assoli di tromba. Proprio in questi anni si forma il suo stile e suono unico e forte e l’artista comincia anche a cantare nelle sue esibizioni. Nel 1922 viene chiamato da Joe “King” Oliver a unirsi nella sua band a Chicago. La capitale dell’Illinois stava vivendo un grande boom economico ed era diventata la “capitale del jazz” più di quanto non fosse la stessa New Orleans. Con l’ingaggio nel gruppo di King, che era il più importante della città, Armstrong guadagna abbastanza per poter finalmente vivere solo di musica. A Chicago, con Oliver, il trombettista si fa conoscere e incide i primi dischi. Ma la sua seconda moglie, la pianista Lil Hardin, preme perché Louis si allontani dall’influenza di Joe e sviluppi un suo nuovo stile e questo fa sì che i due si separino. Nel 1924 Armstrong accetta l’invito di suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson e si trasferisce a New York. Oltre alla tromba, nella band Satcho tenta di suonare anche il trombone e comincia a cantare e raccontare le storie di New Orleans. L’orchestra di Henderson si esibisce nei migliori locali frequentati dai bianchi e persino il gruppo di Duke Ellington va al Roseland per assistere alle performance del trombettista. Nel 1925, sempre su pressione della moglie, torna a Chicago e in questi anni incide brani firmati a suo nome, alcuni dei quali diventano hit come “Potato Head Blues” e “West End Blues”. Armstrong si fa amare dai colleghi con cui suona tanto che Johnny St. Cyr, in un’intervista, dice che “lavorare con lui era così rilassante e ha sempre dato il suo meglio”. Nel 1927 Louis si separa da Lil e inizia a suonare con la Caroll Dickerson Orchestra, che venne poi rinominata “Louis Armstrong and his Stompers”. Nel 1929 torna a New York e finisce a lavorare al Connie’s Inn di Harlem, il locale più famoso dopo il Cotton Club. Oltre che come trombettista, Armstrong ha un discreto successo anche come cantante e la sua interpretazione di “Stardust” è diventata una delle più famose. Negli anni ’30 la grande depressione ha un forte impatto anche sul mondo della musica con molti dei più noti locali che chiudono i battenti. Armstrong torna prima a Chicago, dove suona con varie band e orchestre, poi intraprende un tour in Europa e negli Usa. Dopo qualche apparizione in alcuni film, contributi in programmi radiofonici e vari anni in tour, nel 1943 il musicista si stabilisce definitivamente a New York. L’appartamento al numero 3456 della 107sima strada nel nord del quartiere Corona, nel Queens, dove ha vissuto Armstrong, è oggi sede di un museo in suo onore. Nel 1964 registra una delle sue canzoni più famose, “Hello, Dolly” che sorpassa i Beatles alla prima posizione della classifica Billboard Hot 100. Nel 1965 vince il Grammy Award alla canzone dell’anno e il best vocal performance male. Il brano viene poi eseguito in coppia con Barbra Streisand nel 1969 nel film omonimo “Hello, Dolly!”. La canzone è stata inoltre premata nel 2001 con il Grammy Hall of Fame Award. Sempre pieno d’impegni, undici mesi dopo aver suonato allo show nell’Empire Room del Waldorf Astoria, Louis Armstrong muore per un infarto il 6 luglio del 1971. Poco tempo prima aveva detto: “Penso di aver avuto una bella vita. Non ho pregato per ciò che non potevo avere e ho avuto all’incirca tutto ciò che desideravo perché ci ho lavorato”. La sua musica e la sua influenza, però, sono rimasti immortali.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...