INTERVISTA ESCLUSIVA AL CANTAUTORE SARDO GABRIELE MASALA

Gabriele Masala, cantautore, autore e scrittore sassarese di 48 anni. Ha all’attivo 9 album da solista, due romanzi gialli (un terzo uscirà a gennaio 2023) e oltre 200 canzoni pubblicate in 30 anni di attività. Nei suoi album ha avuto parecchie collaborazioni importati: Enrico Ruggeri, Luigi Schiavone, Piero Marras, Gino Marielli e tanti altri. Ha scritto decine di canzoni per altrettanti interpreti Sardi, tra cui spiccano brani vincitori di importanti concorsi nazionali, come Castrocaro, il Festival di Piombino, RockAmicizia ed altri. Da sempre molto attivo anche in attività concertistiche nell’Isola, ad oggi sono più di 600 le esibizioni tra concerti in piazza, teatri, auditorium e quant’altro. Nasce come chitarrista autodidatta, ma è la voglia di mettersi in gioco come autore che da subito si manifesta e lo porta ad una prolifica produzione artistica.

RINGRAZIAMO IL CANTAUTORE GABRIELE MASALA PER AVERCI CONCESSO QUEST’INTERVISTA

1) Potresti raccontarci un po’ la tua storia artistica?

Esordisco ufficialmente a 18 anni nel 1992 con il gruppo Humaniora, come chitarrista acustico e corista. Dopo un paio di anni mi sono ritrovo ad essere il chitarrista solista ed autore delle musiche della band, firmando tutti i brani pubblicati nei loro album tra il 1994 e il 1998. Nel 2000 decido di intraprendere una strada da solista (ed inizio anche a scrivermi i testi) che mi ha portato, sino ad oggi, alla pubblicazione di 9 album di brani inediti. Negli ultimi 20 anni ho scritto parecchie canzoni anche per altri interpreti, togliendomi qualche piccola soddisfazione. Numericamente ho scritto più per gli altri che per me; trovo che la composizione sia il mio habitat naturale. Ormai penso di avere uno stile decisamente riconoscibile, soprattutto da me, e il rock melodico è lo spazio in cui mi muovo meglio.

2) C’è stato qualche episodio particolare che ti ha fatto sentire il bisogno di scrivere le tue canzoni? Qual è stato il tuo percorso formativo e che cosa ti ha influenzato di più?

Oggettivamente non penso ci sia stato un fattore scatenante che mi abbia portato a scrivere brani, penso sia una naturale necessità di comunicare, di raccontare storie. La canzone è un veicolo molto veloce e di primo impatto, credo sia un ottimo mezzo di comunicazione, se ci sono contenuti ovviamente, altrimenti è solo intrattenimento. Le influenze che ho avuto sono fondamentalmente due, separate tra loro: una per la parte letteraria e l’altra per la parte melodica/musicale. Per la prima ho attinto dal mondo cantautorale italiano, dai testi di Ruggeri, De Andrè, De Gregori, Dalla, e così via, per la seconda i miei punti di riferimento sono stati la Steve Rogers Band, i Litfiba e altre rock band, sempre e comunque italiane.

3) L’album “Avevamo ragione” è uscito il 1° dicembre del 2022, puoi parlarci di questo lavoro e delle precedenti realizzazioni discografiche?

“Avevamo ragione” è un album complesso, ricco di contenuti (i testi sono tutti di Enrico Ruggeri e non poteva essere altrimenti) e vario da un punto di vista musicale. Otto brani in cui si raccontano storie di vita: dal borghese, al giovane affascinato dai talent, al trasformista, all’uomo mediocre. Otto ambientazioni diverse, anche se ho voluto dare uno stesso impatto sonoro, pur mantenendo arrangiamenti molto differenti. Ho voluto ripercorrere i suoni dei miei ultimi 2 album, come a dare una continuità ad uno stile ormai conclamato e in cui mi muovo con sicurezza. Dopo più di 200 brani pubblicati è difficile riuscire a non ripetersi, ma credo davvero che in questo lavoro si sentano solo melodie nuove rispetto alla mia produzione antecedente. I miei 9 album sono decisamente diversi tra loro, sotto tutti i punti di vista: lavori completamente istintivi, altri più intimisti, altri ancora condivisi con musicisti eccellenti, altri con impalcature rock e un unico album più tendente al pop.

4) Quanto tempo ha richiesto la realizzazione del disco attuale e di quelli precedenti?

“Avevamo ragione” ha avuto una gestazione di un anno intero, la più lunga per quel che mi riguarda. Tutti i precedenti hanno visto la luce dopo 5/6 mesi al massimo, tra scrittura e pubblicazione. I motivi che mi hanno portato a lavorare più a lungo su quest’ultimo lavoro sono facilmente intuibili; lavorare su testi di uno dei più grandi poeti del nostro tempo ha inevitabilmente creato in me una sorta di “ansia da prestazione”, che mi ha portato a ponderare bene ogni singola nota prodotta e scegliere con cura anche ogni dettaglio degli arrangiamenti. Ogni brano ha avuto un percorso di cambiamento notevole, rispetto alle scelte iniziali ed anche con Enrico ci siamo confrontati parecchio per trovare la quadra di ogni canzone.

5) Attualmente, è difficile pubblicare: un disco, un EP, un singolo o un videoclip?

Se ci sono idee e i contenuti, no! L’unico vero ostacolo può essere il lato economico. Produrre musica ha un costo, che poi non ha praticamente nessun rientro dalle vendite dei supporti (quasi del tutto inesistenti) e dallo streaming (che paga solo briciole). Personalmente riesco a produrre tanto e con continuità perché ho la fortuna di potermi esibire molto (tra piazze e concerti), riuscendo così ad avere un’autonomia economica di autoproduzione ed inoltre, avendo una mia sala di registrazione e suonando molti strumenti, ho la possibilità di “risparmiare” l’ausilio di musicisti esterni.

6) Come hai affrontando il precedente stato d’emergenza da virus SARS-CoV-2 e cosa provi per l’attuale abbattimento delle restrizioni?

Abbiamo tutti vissuto due anni interi di forti restrizioni e il “reparto” musica è stato forse uno dei più penalizzati e maltrattati (in effetti in “Avevamo ragione” si parla anche di questo). Quest’anno, il 2022, ci ha fatti tornare nelle piazze e abbiamo potuto rivedere i visi delle persone. Personalmente è stata una buona stagione di concerti e spero che la prossima, col nuovo album, sia anche meglio. Nel periodo di lockdown ho ottimizzato il tempo, oltre che a produrre brani, a scrivere nuovi romanzi gialli, il terzo infatti uscirà proprio tra un mesetto.

7) Quali sono i brani che più ti rappresentano?

Scegliere tra tutte le canzoni scritte non è una cosa facile, ma penso che “Il primo potere”, brano del mio terzo album (title track), sia in assoluto quello che mi rappresenti di più, infatti è sempre presente nella scaletta dei miei concerti. Ce ne sono anche altri, come “Parole rubate” e “La porta del vento” che credo siano ugualmente tra le cose migliori che ho fatto.

8) Quanto di personale c’è nei tuoi pezzi?

Direi tutto. Ogni canzone è tratta dal vissuto personale e da pensieri e osservazioni quotidiane. Anche dove racconto/invento storie c’è sempre qualcosa catturata dal mondo che mi circonda. Ogni dettaglio, per chi ama scrivere, può essere fonte di ispirazione e linfa creativa.

9) Sei un cantautore che scrive molti pezzi oppure hanno difficoltà a nascere?

Fortunatamente non ho mai sofferto del famigerato “blocco dello scrittore”. Scrivo in continuazione, scrivo su tutto, qualsiasi argomento mi venga in mente. Amo prima dedicarmi ai testi per poi musicarli, credo che l’ambientazione di un brano sia data dal suo significato e di conseguenza cerco di costruirci sopra una melodia che aiuti i contenuti letterari ad uscire al meglio.

10) Cosa significano per te improvvisazione e composizione e quali sono, per te, i loro rispettivi meriti?

Non credo all’improvvisazione fine a sé stessa. Tutto deve avere una natura chiara e comprensibile. Sono convinto che niente sia improvvisato realmente. Ogni cosa ha un suo passato e un musicista che improvvisa, in realtà, sta solo percorrendo a ritroso la sua storia. La composizione è un momento intenso e creativo, sicuramente la parte migliore della musica (per chi la crea). Personalmente trovo che tutti i minuti/ore impegnati alla composizione siano già l’appagamento più grande di un musicista.

11) Che attrezzatura usi per comporre le tue tracce?

Non ho una regola fissa. Se il testo che mi presto a musicare (mio o di altri) mi comunica atmosfere più morbide, uso il pianoforte per comporci su una melodia, viceversa preferisco la chitarra quando mi trovo a che fare con ambientazioni più “cattive”. Per imprimere il primo provino del brano mi affido al registratore vocale del cellulare, per poi spostarmi in studio (se la demo mi soddisfa) per incidere il tutto.

12) Oggi forse più di ieri c’è una contaminazione dei generi. Pensi che la musica si sia aperta al mondo?

Se la musica è fatta con criterio, con passione, con contenuti, penso che valga tutto. Qualsiasi contaminazione è ben accetta. La cultura deve muoversi così: confronto, ascolto, dialogo, arricchimento e quant’altro per arrivare a proporre idee e contenuti. Chiaro è che se ascolto “cuore, sole e amore” viene a mancare qualsiasi forma di cultura e/o contaminazione dei generi, anche se presenti musicalmente.

13) Come giudichi l’uso della tecnologia e dei social media al servizio della musica?

Da addetto ai lavori non posso che essere molto scontento di come oggi la musica venga ascoltata. Il fatto stesso di poterne usufruire praticamente gratuitamente è svilente per la musica stessa, viene a mancare, per il giovane ascoltatore, il giusto rispetto che andrebbe portato al lavoro che sta ascoltando.

14) Cosa ne pensi della Loudness War e dell’intensivo utilizzo della compressione dinamica utilizzata nelle tracce audio?

Non sono un amante della tecnica e di conseguenza ho sempre cercato di affidarmi a tutto ciò che è analogico, quando ciò e possibile. Trovo che ultimamente si stia abusando tropo di questa “compressione”, a volte eccessiva, che ti richiedono al momento della produzione di un album. Nei miei lavori lascio sempre il suono più naturale possibile, fregandomene del “mercato musicale”.

15) Il ruolo del cantautore è sempre stato soggetto a cambiamenti. Qual è la tua opinione sui compiti (ad esempio politici / sociali / creativi) degli artisti di oggi e come raggiungi questi obiettivi nel tuo lavoro?

Il discorso sarebbe molto lungo e complesso. Un tempo John Lennon smuoveva le coscienze di tutti e allo stesso tempo era irriverente nei confronti del “sistema” ed in grado anche di fermare una guerra; oggi un rapper qualsiasi si sente provocatorio e “contro” solo perché scrive che vorrebbe scoparsi la madre del suo amico (esprimendosi anche male). Lo scopo di un artista è quello di portare l’ascoltatore a porsi domande, ad approfondire le cose, a capire. Nei miei testi cerco di essere il meno banale possibile, cerco di utilizzare il maggior numero di parole a disposizione e cerco di trattare argomenti su cui si possa riflettere.

16) Come pensi che le composizioni contemporanee possano attirare l’attenzione di un pubblico più ampio?

Non sono molto ottimista, sentendo ciò che i media propongono. Gli artisti interessanti ci sono e sono anche molto validi, ma vengono castrati sul nascere da chi dovrebbe promuovere un prodotto, proprio perché non allineati con l’attuale tendenza. L’attenzione del pubblico, e mi ripeto, si ottiene solo coi contenuti e non con frasi del tipo “non mi lasciare mai” o “non posso vivere senza di te”.

17) Che consigli daresti ai nuovi artisti che desidererebbero emergere?

Posso solo consigliere di leggere, il più possibile, leggere di tutto, ampliare il vocabolario ed avere qualcosa da dire e raccontare. E consiglio soprattutto di non cercare “consensi” facili, quelli stagionali per intenderci, che sono solo un effimero piacere.

18) Gli artisti spesso vivono immersi nelle emozioni del presente. Il futuro ti spaventa? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho scritto un brano su questo argomento dal titolo “intanto corro”. Ciò che mi dà entusiasmo e voglia di andare aventi è proprio “quello che farò”. Sono poco interessato a ciò che ho realizzato, mi interessa maggiormente ciò che realizzerò. Il mio futuro prossimo è destinato alla promozione di questo album, alla presentazione in teatro e alla stampa del mio terzo romanzo. Amo definirmi un “cantiere sempre aperto” perché ho SEMPRE un progetto da portare avanti e qualcosa su cui concentrarmi.

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