Intervista a Paolo Fanzaga: la musica l’ho sentita dentro da sempre, mi ha sempre attirato verso di lei

È appena uscito l’album del pianista e compositore Paolo Fanzaga dal titolo “The Lamp of Invisible Light”. Compositore, pianista e arrangiatore. Da sempre la musica è il suo linguaggio espressivo. Ha iniziato molto presto a comporre e non ha mai smesso. Ha scritto lavori e arrangiamenti per diversi organici, da gruppi pop fino a orchestre sinfoniche, musiche da film e brani vocali. Il pianoforte per lui rappresenta lo strumento più immediato a disposizione quando arriva un’intuizione musicale. I suoi ultimi 6 album pubblicati sono infatti lavori per pianoforte solo. Crede nella capacità terapeutica della musica, soprattutto se registrata alla frequenza di 432Hz, frequenza che permette all’ascoltatore di allinearsi alla frequenza della terra. Paolo Fanzaga, inoltre, ama insegnare ciò che impara ogni giorno; molti anni fa ha fondato L’Accademia Musicale di Treviglio dove insegna pianoforte, teoria musicale e ne dirige l’orchestra. Nei suoi concerti si avvale spesso della collaborazione di musicisti di estrazione sia “classica” che pop. Usa la musica per esprimere ciò che non si può dire con le parole. Usa il pianoforte per esprimere la sua musica.

Abbiamo incontrato l’artista per una intervista esclusiva che riportiamo di seguito.

Benvenuto Paolo e grazie per questa intervista.

C’è stato qualche episodio particolare che ti fatto sentire l’esigenza di comporre? Quale è stato quindi il tuo percorso formativo e cosa ti ha formato maggiormente?


Episodio particolare direi di no, la musica l’ho sentita dentro da sempre, mi ha sempre attirato verso di lei.
Quando a 15-16 anni ho iniziato a suonare con coetanei mi è sembrato naturale comporre i primi brani, ho sempre preferito dedicare più tempo alla composizione che allo studio dello strumento, che rimane per me solo un mezzo per potermi esprimere.
Gli studi di armonia e composizione mi hanno fatto comprendere ciò che prima percepivo a livello istintuale; mi hanno fatto prendere coscienza della profondità di quest’arte.

È da poco uscito il tuo nuovo disco “The Lamp of Invisible Light”, puoi raccontarci qualcosa di questo lavoro?


I brani di questo disco sono nati in poco tempo, nel giro di un paio di mesi, dopo un silenzio durato alcuni anni (il lavoro precedente risale alla fine del 2014).
Silenzio principalmente dovuto ad insoddisfazione rispetto alle composizioni che man mano venivano alla luce. Ero probabilmente alla ricerca di una svolta rispetto a quanto fatto in precedenza. Solo nella seconda parte dello scorso anno la musica ha iniziato a farsi largo in un modo che sentivo mio, non ho fatto altro tenere aperto i canali ricettivi e lasciarla arrivare; devo dire che non ha ancora smesso; credo di avere materiale già ora per altri due dischi.



Quanto tempo c’è voluto per preparare l’album?

Quindi direi che la realizzazione è stata abbastanza veloce mentre le “preparazione” probabilmente ha necessitato di anni e di molti brani “scartati”…



Oggi, è difficile riuscire a pubblicare un disco?

Veramente non mi sono mai posto il problema se sia difficile o meno riuscire a pubblicare un disco oggi. I miei lavori quando non c’era un’etichetta a cui interessavano me li sono pubblicati da solo; in questo senso credo però sia più facile oggi che in precedenza, anche a livello economico. La cosa più difficile è senz’altro potersi fare ascoltare in mezzo a tutto quello che viene pubblicato, anche se sono convinto che prima o poi una musica, così come un racconto, un’idea, se sincera arriva sempre alle persone alle quali deve arrivare, che siano poche o tantissime. Reputo una fortuna avere incontrato la Blue Spiral Records; trovo una grande sintonia fra ciò che produco ora e le sue scelte editoriali.



Ci sono tra i tuoi lavori alcuni che ti rappresentano maggiormente?

Il lavoro che maggiormente mi rappresenta è quello di adesso; la musica per me è, fra molte altre cose, una metafora della vita, un percorso, con i suoi momenti evolutivi e, perchè no, anche involutivi.
Quasi mai il cammino avviene in modo lineare, spesso ci si può perdere anche se alla fine andiamo sempre dove dobbiamo. Quindi è chiaro che un lavoro di 10 anni fa ormai mi rappresenta poco.



Quanto c’è di personale nelle tue composizioni?

La risposta precedente si adatta anche a questa domanda, c’è tantissimo di personale nella mia musica, è il mio modo di raccontarmi, di presentarmi; credo sia una musica autobiografica che però è diverso dall’esprimere i sentimenti; credo nell’oggettività dell’arte.


Sei un artista che scrive molti pezzi oppure fanno fatica a nascere?

Dipende, ne ho già, parlato prima; comporre è un lavoro; non credo alla melodia piovuta giù dal cielo, ma allinearsi con se stessi ed ascoltare quello che arriva. Poi il lavoro consiste nello sviluppare l’idea percepita, darle una forma compiuta e, possibilmente, con un linguaggio attuale.
Certo spesso per riuscire ad ottenere un brano che ci soddisfa occorre scriverne alcuni che sono da buttare, però senza quelli probabilmente non ci sarebbe quello “buono”.


Ci sono degli autori che hanno avuto o che hanno influenza sul tuo modo di scrivere?

A livello conscio non saprei, io credo che comporre sia un po’ la sintesi di quello che si accumula nel tempo, dalle esperienze vissute; ho sempre ascoltato svariati generi musicali, dalle canzoni, meno quelle di oggi…., alla musica “classica” che è un patrimonio immenso a disposizione dell’umanità.
Sicuramente il compositore che più amo ascoltare e suonare è J.S. Bach, non è casuale la rielaborazione di un suo brano presente in questo disco.


Oggigiorno forse più di ieri c’è una contaminazione tra generi. La musica, secondo te, si è aperta al mondo?

A ben pensare la contaminazione c’è sempre stata, certo con le dovute proporzioni rispetto ad oggi. Prima ho citato Bach che pur non avendo mai varcato i confini tedeschi è stato fortemente influenzato dalla musica italiana, francese e inglese, che erano le culture dominanti all’epoca nel mondo occidentale. Oggi ovviamente oggi la contaminazione è molto più presente sia in senso orizzontale, cioè fra le varie aree geografiche che in senso verticale, vale a dire tra le diverse epoche.


Come vedi l’utilizzo della tecnologia nella musica di oggi?

Come per tutte le innovazioni tecnologiche esistono gli aspetti positivi, che sono in maggioranza, così come quelli negativi. La tecnologia è positiva ogni qualvolta il musicista se ne serve e non quando questa prende il sopravvento, cosa che succede spesso perchè la tecnologia spesso da l’illusione di una maggiore competenza anche musicale.



Spesso gli artisti vivono immersi nelle emozioni del presente. Il futuro ti spaventa? Che progetti hai in proposito?

E’ fondamentale per un artista esprimere il presente anche se questo a volte non ci piace. Questo presente è pieno di tribolazioni e incertezze, il mondo si chiede dove si stia andando; ma allo stesso tempo si sta facendo strada una nuova consapevolezza.
Per cui, no, il futuro non mi spaventa, siamo tutti qui per imparare o meglio, per riscoprire ciò che veramente siamo. Riguardo alla mia musica, credo che sia il mezzo comunicativo più consono a ciò che sono e lo sarà almeno per tutta questa esistenza.

Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.

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