Una piacevole e dettagliata intervista al compositore elettronico Demiurgo

Demiurgo annuncia la pubblicazione del nuovo album “Holographic Ghost Stories”, disponibile su tutti i servizi musicali e le piattaforme di streaming dall’11 Giugno 2021 per fornire una nuova esperienza di ascolto in musica elettronica.

Ringraziamo infinitamente Demiurgo, per averci fornito questa piacevole e dettagliata intervista che vi riportiamo di seguito.

1) Come è nato il tuo nome d’arte? Potresti raccontarci un po’ la tua storia artistica?
L’idea è venuta leggendo Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco in questo passaggio: “Fino a che ti contrai nel tuo vuoto puoi ancora pensare di essere in contatto con l’Uno. Ma non appena pasticci con la creta, seppur elettronica, sei già diventato un Demiurgo, e chi si impegna a fare un mondo si è già compromesso con l’errore e col male.” – in pratica il nome vuole rappresenta la forza creativa, seppur non libera da imperfezioni, di questo progetto musicale. Per quanto riguarda la mia storia, fin da ragazzo ho suonato con vari gruppi locali rock e progressive metal, ma la mia passione sono sempre stati sintetizzatori e sequencer. Dopo aver prodotto alcuni album all’inizio degli anni duemila, che hanno ricevuto diverse recensioni positive, è seguito un periodo di inattività interrotto durante il lockdown 2020 quando ho rispolverato i miei vecchi synth e approcciato la realizzazione del nuovo album come un nuovo esordio.

2) C’è stato qualche episodio particolare che ti ha fatto sentire il bisogno di scrivere le tue canzoni? Qual è stato il tuo percorso formativo e che cosa ti ha influenzato di più?
Ho sempre adorato la musica e già dai tempi in cui da piccolo studiavo organo elettronico ho iniziato a creare suoni e arrangiare brani con le seppur limitate funzionalità di questi strumenti elettrici, spingendoli a fare cose per le quali non erano neanche stati progettati. Poi con l’arrivo dei computer si sono aperte nuove possibilità e metodologie ma lo spirito di esplorare la massimo le potenzialità sonore di synth e software è rimasto. Come ispirazioni musicali, negli anni ottanta e novanta mi hanno influenzato molto i gruppi rock progressive (Mike Oldfield) e le colonne sonore di film nel genere horror e fantastico (Goblin, Carpenter), e poi la musica elettronica atmosferica e da ascolto come gli Enigma e i Deep Forest fino all’ambient e agli stili elettronici più contemporanei. Ma nella mia musica si può ancora sentire una vena barocca che deriva dalla mia impostazione iniziale da “organista”.

3) “Holographic Ghost Stories” è uscito l’11 giugno del 2021. Puoi parlarci di questo lavoro?
Come suggerisce il titolo (suggerisce), questo album fonde ispirazioni dalla narrativa gotica, come le storie di fantasmi e dal cyberpunk. Di conseguenza, nei dodici brani che lo compongono troviamo atmosfere che spaziano dal dark fino al retrowave e all’idm/glitch. Non ho seguito i dettami di alcun genere ma ho preso molti elementi diversi come ingredienti. Di Bruce Sterling, fondatore del movimento letterario del Cyberpunk, si dice che è l’autore che mette il maggior numero di idee originali per pagina. Quando leggi i suoi libri questa quantità di dettagli ti cattura e trascina in un altro universo. Ho cercato di seguire la stessa logica mettendo una quantità di idee anche semplici in ogni brano e spesso una grande carica di azione ed energia, mantenendolo sempre ascoltabile, melodico e senza sfociare nello sperimentale.

4) Quanto tempo ha richiesto la realizzazione dell’album?
Ho iniziato a lavorare alle prime tracce a dicembre e rilasciato l’album a giugno quindi circa 6 mesi. Ma in realtà alcuni brani contengono temi che avevo scritto molti anni prima, quindi si può dire che è frutto di un processo mentale molto più lungo.

5) Attualmente, è difficile pubblicare un disco?
Se faccio un paragone rispetto agli inizi degli anni duemila quando ero attivo come musicista indipendente, devo dire che oggi si può raggiungere un pubblico in molti più modi tramite social e le piattaforme di streaming e altri servizi musicali. Allo stesso tempo, viene rilasciata molta più musica e gli spazi di generi di nicchia sono molto affollati ed è quindi più difficile, direi trovare una visibilità. Quindi è più facile pubblicare un disco, ma la qualità attesa per poter competere è molto alta e la difficoltà è lì: sapersi distinguere ed essere trovati, riconosciuti e ricordati da un pubblico è una sfida non da poco.

6) Come stai affrontando questo periodo in piena fase pandemica da virus SARS-CoV-2?
Io mi ritengo molto fortunato essendo rimasto in salute e avendo avuto la possibilità di lavorare da casa senza grandi contraccolpi. Di certo non è un bel periodo per nessuno, e tutti porteremo il segno di quanto sta accadendo a livello mondiale per molto tempo, credo. La prima canzone che ho rilasciato come singolo all’inizio del duemilaventuno, Here Ends the Year of Empty Cities (qui il video: https://youtu.be/yWqU1EdNXjA), è ispirata agli scenari post apocalittici delle città vuote che, specialmente all’inizio della pandemia, ci hanno impressionato, ma sempre con una svolta positiva guidata dalla voglia di ricominciare.

7) Quali sono i brani che più ti rappresentano?
Sicuramente la title track, dove possiamo trovare una sintesi del mood dell’intero album e una certa ricercatezza armonica con suoni tra l’horror e la fantascienza. Devo anche citare You Still Appear, che è (come dicevo) l’arrangiamento di un tema che ho scritto circa diciotto anni fa e che ha poi trovato la sua forma definitiva in questo album. Ci sono poi due brani, Lifecycles e After-Lifecycles, che sono in realtà lo stesso brano ma con una trasposizione “speculare” o negativa della melodia e degli accordi, ottenuta con un intervento algoritmico sulle note: questo è il genere di idee un po’ folli che si possono ascoltare nell’album.

8) Quanto di personale c’è nei tuoi pezzi?
Io scrivo musica un po’ come si scrive un racconto fantastico, pensando allo svolgimento del brano come al dipanarsi di un racconto, quindi la componente immaginaria è sicuramente prevalente. Nonostante questo, ci sono molti aspetti personali “nascosti” in questo processo. You Still Appear, ad esempio, parla dell’andare oltre un lutto ma essendo un brano strumentale la sua interpretazione all’ascolto è quanto mai aperta e lo stesso vale anche per il video (qui: https://youtu.be/jWm8InZcDi0)

9) Cosa significano per te improvvisazione e composizione e quali sono, per te, i loro rispettivi meriti?
Do una risposta molto personale: l’improvvisazione per me è un processo espressivo istintivo che utilizzo in fase preliminare per generare idee, che poi sviluppo in un processo compositivo più strutturato. Ad esempio il tema del music box all’inizio dell’album è la registrazione di una improvvisazione da cui poi è scaturita la title track. Per me, quindi, sono entrambi elementi essenziali e irrinunciabili, l’improvvisazione per tradurre le idee in una frase o tema musicale, e la composizione per tradurre questi temi in una forma compiuta.

10) Che attrezzatura usi per comporre le tue tracce?
Lavoro con una DAW (Cakewalk, che è anche gratuita) e molti synth software, ma anche con dei sintetizzatori vintage degli anni ottanta e novanta a cui sono affezionato, come l’Ensoniq SQ80, la Korg Wavestation AD e alcuni piccoli synth analogici.

11) Come giudichi l’uso della tecnologia e dei social media al servizio della musica?
Nella musica elettronica chiaramente la tecnologia ha un ruolo fondamentale, e si può dire lo stesso dei canali digitali per la diffusione. Tuttavia, questi sono sempre elementi secondari, che possono aiutare un musicista come anche sviarlo e confonderlo con una quantità illimitata di opzioni. Quindi cerco sempre di ricordarmi che alla base, togliendo tutto ciò che è di contorno, ci deve essere della buona musica, e impegnarmi su questo aspetto più che ogni altro.

Ti ringraziamo per averci donato il tuo preziosissimo tempo

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