Le Mondane: una fantastica intervista in compagnia della pop/folk band

Anticipato dal singolo omonimo, esce in CD e versione Digitale, il 24 settembre 2021, “Taddeo” il nuovo disco della pop/folk band novarese Le Mondane, pubblicato e distribuito da Alka Record Label“Taddeo” è il secondo lavoro in studio de Le Mondane. 10 tracce, (9 inediti e 1 cover) che segnano un netto cambio di passo rispetto al primo album “I giorni della Marmotta” (2018 Alka Record Label).

Ringraziamo infinitamente Le Mondane, per averci fornito questa fantastica intervista che vi riportiamo di seguito.

1) Com’è nato il nome della vostra band? Potreste raccontarci anche un po’ la storia della vostra band?

Storia e nome della band sono collegati. Facemmo la prima data insieme il 7 marzo del 2014 al circolo arci di Maggiora (No). Fu una cosa quasi casuale, organizzata in un paio di giorni, in occasione della festa della donna che scattava alla mezzanotte. Paolo, il gestore del circolo, ebbe la malsana idea di vestirci tutti da mondine per l’occasione, e così ci presentammo al pubblico: “Noi siamo Le Mondine!”. Avevamo un repertorio di cover italiane e straniere messe insieme alla bene e meglio, ma la serata andò benissimo. I locali ci chiamavano e la gente cominciava a seguirci. Fummo Le Mondine per circa un anno, poi cominciò a capitare che qualche anziano poco attento venisse a sentirci pensando fossimo l’omonimo trio di liscio del vercellese (di cui ignoravamo l’esistenza). In seguito fummo contattati dal management delle Mondine vercellesi, che a seguito delle lamentele dei suddetti “anziani poco attenti”, ci chiesero di cambiare nome. Accettammo, e per semplice assonanza, scegliemmo Le Mondane.

2) C’è stato qualche episodio particolare che vi ha fatto sentire il bisogno di scrivere le vostre canzoni? Qual è stato il vostro percorso formativo e che cosa vi ha influenzato di più?

Tra il 2015 e il 2017 curammo le musiche di uno spettacolo teatrale che si intitolava: “Gino Donè, il partigiano che salvò Che Guevara”, di e con Marco Mancin (Zelig, Colorado). Dovevamo intervallare il racconto di Marco con dei brani suonati dal vivo. Sul palco con noi, ai fiati c’erano Lorenzo Prealoni (Folkamiseria) e Simone Stefan. I brani erano cover adeguate ai vari momenti dello spettacolo, e per raccontare la Brigata Piave, di cui faceva parte Donè, scrivemmo assieme al Lorenzo Prealoni il nostro primo pezzo: “Stella e Croce”. Il pezzo piacque, e capimmo che anche a noi piaceva scrivere inediti, così andammo avanti. “Stella e Croce” diventò il primo singolo del nostro primo album, “I giorni della Marmotta” (2018 Alka Record Label). Il nostro percorso formativo ha due background diversi: io (Luca) provengo dal rock e dal cantautorato, mentre Daniele dal jazz e dal folk. Tutti elementi che nei due dischi emergono in vari modi.

3) “I Giorni della marmotta” è uscito il 22 novembre del 2018, potete parlarci di questo lavoro? Potete parlarci anche del recente disco “Taddeo” uscito il 24 settembre del 2021?

“I giorni della Marmotta” è stato un primo importante passo. In pochi mesi dopo “Stella e Croce” avevamo trovato un nostro metodo compositivo, e c’erano sette brani pronti. Scegliemmo anche due cover da riarrangiare a modo nostro: “Settembre” di Alberto Fortis e “Dublino” di Luigi Grechi De Gregori (fratello di Francesco). La pre-produzione fu lunghetta. Avevamo Oscar Mapelli a curarla e a produrci, quindi sistemammo quel che c’era da sistemare andammo nello studio di Oscar. Io avevo già avuto esperienze in studio di registrazione, mentre per Daniele, nonostante suonasse in giro da parecchio, era la prima volta. Essendo in due, ma avendo scritto pezzi che prevedevano parti strumentali che non padroneggiavamo, (contrabbasso, batteria, fiati, ecc..) coinvolgemmo diversi nostri amici con cui spesso collaboriamo nella scena locale. Abbiamo avuto anche l’onore di avere proprio Luigi Grechi a cantare una strofa della sua “Dublino”. Col master in mano, proposi il disco a svariate etichette. Alka Record Label rispose, e con lei presentammo l’album. Nell’estate del 2019, decidemmo che era ora di allargare la band. Suonare in due ha i suoi pro e i suoi contro: nel nostro spettacolo in due, suoniamo diversi strumenti a testa, il che crea un bel movimento, ma per mantenere una certa solidità sonora, devi a volte sacrificare delle parti melodiche in favore di quelle ritmiche. Così coinvolgemmo Manuel Mormina alle percussioni. Sul palco ci sentivamo molto più liberi. Con lui cominciammo a scrivere nuovi brani, sapendo che poi su disco avremmo avuto una batteria in pianta stabile. Nel frattempo il metodo di scrittura si è affinato, ed ecco qui “Taddeo”. Noi crediamo sia un lavoro più maturo, in cui esprimiamo meglio un sound che si sta facendo più “personale”. Nulla di nuovo, intendiamoci, ma qualcosa di nostro.

4) Quanto tempo ha richiesto la realizzazione dell’album?

Molto più del necessario, ma stavolta non per colpa nostra! Entravamo in studio a gennaio 2020 a iniziare le riprese delle batterie e delle prime chitarre ritmiche. Poi arrivò un problemino da Wuhan. Nel corso dell’anno abbiamo incastrato le registrazioni barcamenandoci tra lockdown, zone colorate e quarantene. È sempre un rischio spalmare così tanto le registrazioni e il mixaggio, si rischia di smanacciare troppo i pezzi. Ma siamo stati attenti a non cascarci.

5) Attualmente, è difficile pubblicare un disco o un singolo?

Per niente. Ci sono molti modi di pubblicare e promuoversi. Quello che è difficile è farlo bene, per emergere tra tutti quelli che lo fanno.

6) Come state affrontando questo periodo in piena fase pandemica da virus SARS-CoV-2?

Come tutti, arrangiandoci. Abbiamo slittato di un anno l’uscita di “Taddeo” proprio perché non potevamo promuoverlo dal vivo, cosa per noi fondamentale. L’estate (come la precedente) è andata bene, abbiamo suonato anche più del previsto. E forse l’inverno che abbiamo davanti andrà meglio del precedente. Ma durante i lockdown non abbiamo certo perso tempo.. c’è già materiale per il terzo disco!

7) Quali sono i vostri pezzi che più vi rappresentano?

Eh, difficile dare una risposta. Forse stando sul nuovo album, proprio “Taddeo”, ma anche “Ciaomiaobao” o “Il villaggio del fanciullo”.

8) Quanto di personale c’è nelle vostre canzoni?

Non moltissimo. I testi li scrivo io (Luca) e negli anni ho preferito essere meno introspettivo o se vuoi, autoreferenziale. Penso ci siano cose più interessanti da raccontare.

9) Siete una band che scrive molti pezzi oppure hanno difficoltà a nascere?

Di solito se un pezzo non “decolla” presto, lo lasciamo subito nel cassetto, senza forzarci a finirlo. Non scriviamo “jammando” tipo i Red Hot Chili Peppers che fanno 50 pezzi e poi ne scelgono 10. Non che sia un male, semplicemente non è il nostro modo.

10) Cosa significano per voi improvvisazione e composizione e quali sono, per voi, i loro rispettivi meriti?

L’improvvisazione ce la concediamo un po’ nei live. Soprattutto Manuel, che in alcuni momenti fa andare le bacchette a sentimento, ma anche a me piace giocare con le metriche dei testi, quindi per noi il merito dell’improvvisazione sta nel divertimento sul palco. La composizione amo associarla a un fine più preciso, che può essere esprimere al meglio un concetto o un’atmosfera. È bellissimo viverla come una continua ricerca.

11) Che attrezzatura usate per comporre la vostra musica?

Il computer e lo smarphone, tantissimo (ovviamente sottomano una chitarra o un pianoforte). Sarà poco “bohemien”, ma sul telefono ho un file di testo che riempio di appunti e che posso sempre consultare e correggere velocemente. Poi con Mac e scheda audio, registri, tagli, cuci e ascolti immediatamente. Aiuta moltissimo a capire cosa serve al pezzo, se la struttura va corretta, se i bpm sono giusti, se il testo ha punti deboli. Ti permette di mantenere la barra dritta sull’obiettivo.

12) Oggi forse più di ieri c’è una contaminazione dei generi. Pensate che la musica si sia aperta al mondo?

Si, in maniera esponenziale, ed è bellissimo! La “contaminazione” è da sempre essenziale nella musica. Noi siamo cresciuti considerando “musica” quella che in effetti era solo la musica “occidentale”, con le regole ben precise che Bach ci ha insegnato. Ma esiste musica che parte da tutt’altre fondamenta, sia a livello ritmico che armonico. In un’umanità sempre più eterogenea, inevitabilmente anche quelle fondamenta andranno a confrontarsi.

13) Come giudicate l’uso della tecnologia e dei social media al servizio della musica?

Come ho accennato prima, la tecnologia aiuta a velocizzare ogni processo, sia nella produzione che nella promozione. Il rischioso effetto collaterale è che la velocità si trasformi in frenesia, e che quindi si debba sfornare in continuazione materiale (che brutta parola) per mantenere alta l’attenzione. Sono cambiati i contenitori: 20 anni fa eravamo abituati ad aspettarci da un artista un disco ogni 2-3 anni, dandoci il tempo di affezionarci a quest’ultimo. Ora, con la musica “liquida” il disco è un contenitore superfluo, si ragiona a brani singoli. Questo porta a non intraprendere più il percorso dell’ascolto di un disco intero, e ne risente l’affezione al disco stesso e di conseguenza, all’artista. Forse col ritorno del vinile (che anche noi stamperemo) questa cosa cambierà.

14) Il ruolo delle band è sempre stato soggetto a cambiamenti. Qual è la vostra opinione sui compiti (ad esempio politici / sociali / creativi) delle band di oggi e come raggiungete questi obiettivi nel vostro lavoro?

Credo che il compito degli artisti in generale, sia essere testimoni del tempo in cui vivono. Si può testimoniare in molti modi, e qui si differenziano i generi musicali. Nel DNA del pop e del rock resiste un elemento di protesta, che ancora a volte emerge. Io non amo scrivere di argomenti che portino l’ascoltatore semplicemente a ritrovarsi in quello che sente, mi sembra una paraculata. Vorrei nel mio piccolo portarlo in un ragionamento, ad in qualche modo, elevarsi. Non credo di poter insegnare niente a nessuno, ma vorrei fare la mia parte nel provare a smuovere dei neuroni.

15) Come pensate che le composizioni contemporanee possano attirare l’attenzione di un pubblico più ampio?

Per quanto ci riguarda, con la costanza. Noi non siamo dei centometristi, ma dei maratoneti. Nel frattempo, ci godiamo il paesaggio.

16) Che consigli dareste ai nuovi artisti che desidererebbero emergere?

Il consiglio più utile credo sia sforzarsi di capire chi si è, e di conseguenza cosa si può o non può fare. È una cosa difficilissima (non è che noi lo sappiamo con certezza eh).

17) Gli artisti spesso vivono immersi nelle emozioni del presente. Il futuro vi spaventa? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Proseguire la maratona. A noi piace quello che facciamo. Al limite, puntiamo a farlo meglio.

Grazie per averci concesso il vostro preziosissimo tempo.

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