Muti: “Orgoglioso dell’Italia anche se tradisce la musica”

“Mi sento orgoglioso di appartenere a questo Paese, che ci tradisce”: è nata da questa dolorosa consapevolezza della scarsa attenzione data alla musica nella sua patria, l’accademia dell’opera italiana di Riccardo Muti, la cui settima edizione ha preso il via stasera alla Fondazione Prada, con cui è stata organizzata per la prima volta. “Dobbiamo cercare di recuperare il bello, lo splendido, sennò – ed ecco lo scopo del Maestro – scadiamo nella routine, nello squallido”. Una lezione-show focalizzata sul Nabucco di Verdi, l’opera di Giuseppe Verdi con cui Muti debuttò nel 1986 come direttore della Scala e che ha scelto come oggetto di studio per i giovani direttori d’orchestra e maestri collaboratori al pianoforte, che avranno il privilegio di lavorare con lui, nei prossimi giorni. Dieci giorni di prove e lezioni fino ad arrivare a dirigere l’opera il 15 dicembre a Milano e poi a Ravenna e Rimini. Le eliminazioni – ha spiegato Muti al pubblico della Fondazione, tra cui Miuccia Prada, Patrizio Bertelli, gli artisti Maurizio Cattelan e Francesco Vezzoli – si sono chiuse solo ieri e, dei 200 candidati da tutto il mondo, sono stati scelti 5 giovani direttori tra i 18 e 35 anni, tra cui un italiano. Per essere selezionati, “hanno dovuto passare le forche caudine che applico” ha detto Muti, spiegando che per lui è essenziale che siano diplomati in composizione e che si siedano al piano per concertare con i cantanti, come ha fatto lui stesso nelle oltre due ore di presentazione dell’opera, aperte al pubblico, come lo saranno le prove dei prossimi giorni. “C’è una specie di decadenza o modo facile di muovere il braccio, nella mia follia – ha raccontato – negli ultimi anni di vita cerco di ricreare un criterio di direzione d’orchestra tipicamente italiano, sto cercando di fare l’impossibile”. Ai suoi allievi, Muti ha subito iniziato a dare consigli: “un direttore d’orchestra non deve accettare tutto ciò che dice un regista: o contesta o se ne va”. “Se ne va” ha detto subito dopo, strappando una delle non poche risate della serata. Ai maestri collaboratori ha ricordato il loro ruolo: “che non è quello del pianista che si siede al piano perché il direttore non sa suonare”. “Qui è cambiato un mondo e dobbiamo recuperarlo – ha ribadito – perché eravamo una torre luminosa”. E poi il Nabucco: “a furia di studiare vengono fuori cose strane, ci si rende conto che una vita non basta, a guardare e riguardare ho capito a tarda età che in quest’opera – ha spiegato il Maestro – c’è un criterio costruttivo da architetto della musica”. Il Nabucco, per lui, ha un altro significato particolare, perché “è l’opera del mio debutto come direttore musicale alla Scala nel 1986: un ponte ideale – ha concluso – per ritornare a operare nella città che è stata formativa e molto importante per la mia vita da musicista”.

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