Intervista esclusiva al magnifico chitarrista faentino Andrea Cavina

Originario di Faenza, Andrea Cavina è chitarrista e professore di musica. Attraverso la sua chitarra, propone uno stile che intreccia classico e pop-rock, con sonorità ricercate, ma accessibili al grande pubblico. La sua musica originale vuole parlare alle persone in modo chiaro e diretto. Ringraziamo infinitamente Cavina per averci dedicato un po’ del suo preziosissimo tempo, a favore di questa ricca e fruttuosa intervista che potrete leggere in basso.

1) Potresti raccontarci un po’ la tua storia artistica?

Inizio dicendo che ho avuto non tanto una storia da artista, quanto una da artigiano. Artista è un’accezione che preferisco mi arrivi dall’esterno. Questo perché mi piace raccontare che arrivo “dal basso”. Per un periodo della mia vita ho fatto convivere il lavoro come chitarrista di rock’n’roll agli studi accademici sulla chitarra classica. Se da una parte lo studio mi ha fatto conoscere i repertori tradizionali e i percorsi storici legati al mio strumento, dall’esperienza “on the road” ho acquisito il cosiddetto “mestiere”. Come spesso accade a chi vuole fare il musicista, ho suonato nelle situazioni più diverse: dai teatri a bagni al mare, dalle balere alle piazze. Un’esperienza durata diversi anni, dove ho imparato sia a svolgere il lavoro sul palco e il rapporto con il pubblico, sia la parte legata alla preparazione dello spettacolo, agli aspetti tecnici, dove si ha a che fare con il suono e l’uso di tutta la strumentazione funzionale alla produzione dello spettacolo. Questa doppia anima, non priva di contrasti, soprattutto provenienti dal mondo accademico, che spesso non contempla il lavoro “collaterale”, è stata la fonte del mio modo di scrivere musica.

2) C’è stato qualche episodio particolare che ti ha fatto sentire il bisogno di scrivere le tue canzoni? Qual è stato il tuo percorso formativo e che cosa ti ha influenzato di più?

Sono stato assente per quasi 15 anni dal palco e dal mondo della “musica suonata”, anni in cui ho lavorato e lavoro tutt’ora come insegnante. Eppure il desiderio di tornare su una sedia davanti al pubblico non si è mai spento. La differenza tra il passato e il presente sta nel fatto che questo mio ritorno è il frutto di un progetto in solitaria, per fare una battuta, alla Giovanni Soldini, o alla Alex Bellini… Il mondo musicale è un oceano vastissimo e le avventure in cui mi imbarcavo in passato, vertevano tutte su progetti di cover, nel caso del rock, o derivanti dalla tradizione colta, nel caso della classica. Ho sentito l’esigenza di unire le esperienze passate, trasformandole in musica originale. E sì, è stato come attrezzare una barca monoposto per tentare di raggiungere l’altra parte del mondo.

3) “10 Lettere” è uscito il 19 novembre del 2021, puoi parlarci di questo lavoro?

10 Lettere è un album di brani originali per chitarra sola, ognuno dei quali evoca (o cerca di evocare) le atmosfere di grandi compositori o artisti del presente e del passato a cui mi sono ispirato. Da Turlough O’Carolan a Hisaishi Joe, da Pat Metheny a Maurizio Colonna, da Ludovico Einaudi a Van Gogh e altri, compreso il paesaggio delle Dolomiti. Per fare questo, ho immaginato di “scrivere”, di “rispondere” a questi personaggi in modo ideale, usando i loro stessi linguaggi. I destinatari delle mie lettere sono più che grandi artisti: sono ricercatori, innovatori, sia che appartengano al passato, sia al presente. Ognuno ha portato innovazione nel proprio campo; hanno creato o stanno creando qualcosa di interessante, una sorta di linfa vitale da cui poter attingere. La chitarra è solo lo strumento con cui mi esprimo, ma ho voluto fare in modo che le mie composizioni possano trascendere lo strumento e dialogare con i pianisti, i direttori d’orchestra, o le rock band. Credo che l’abbattimento delle barriere tra “musiche” oggi sia fondamentale per parlare un linguaggio contemporaneo.

4) Attualmente, è difficile pubblicare un disco o un singolo?

Eh, dipende. È un lavoro. E come tutti i lavoro deve avere una propria dose di difficoltà, altrimenti non avrebbe valore. Cosa significa “pubblicare un singolo”? Io ho pubblicato in modo indipendente. Forse per certi versi è più facile. Per me la difficoltà è stata rappresentata dal lavoro di composizione e di messa a punto dei brani. È la prima volta che compongo brani per chitarra sola con la finalità di pubblicare un album, per cui mi sono trovato di fronte a molte incognite e problemi che ho dovuto affrontare e superare. Primo fra tutti l’accettazione del mio stesso suono e delle mie capacità tecniche. Per produrre un disco autentico, bisogna essere estremamente sinceri e rigorosi con sé stessi, capire chi si è e come si può trasmettere il proprio messaggio al meglio.

5) Come stai affrontando questo periodo in piena fase pandemica da virus SARS-CoV-2?

È un periodo difficilissimo per tutti. Io mi ritengo fortunatissimo. Ho due lavori, che sono riuscito a mantenere, nonostante la crisi, ho la mia famiglia, non ho subito gravi conseguenze, quindi devo solo ringraziare. Non mi sono mai lamentato anche se è stato ed è tutt’ora molto faticoso vivere nell’incertezza. Lamentarsi, lasciarsi andare e scrivere idiozie sui social non fa per me. Primo, perché non ne ho il tempo e secondo, perché alimentare circoli viziosi, cercando i consensi di altre persone stanche e magari offuscate da questa situazione è molto pericoloso. Diventa un freno alla propria voglia di futuro. Dare la colpa “al sistema” non porta a nulla. A prescindere da che la propria opinione possa essere giusta o sbagliata. Ci si avvelena. Fare del male e abbattere è molto facile. Preferisco affrontare le difficoltà che si incontrano quando si costruisce qualcosa.

6) Quali sono i brani che più ti rappresentano?

I brani del mio album mi piacciono tutti. E mi piacciono perché, pur avendo un filo conduttore, uno stile riconducibile al compositore, hanno tutti una personalità particolare. Forse “Stazioni”, brano dedicato ai chitarristi Andrew York e a Pat Metheny è uno di quelli che sento più vicini al mio modo di suonare, ma anche “Estate”, dedicata a Hisaishi Joe, oppure “Alba”, a Maurizio Colonna con caratteri molto diversi tra loro. Sono molto contento dell’esperimento (a mio avviso riuscito) di “Vento nella foresta”, dedicata a Roberto Cacciapaglia e alle Dolomiti, dove, grazie ad un’accordatura alternativa, ho esplorato possibilità della chitarra classica a me sconosciuta fino a quel momento. Inoltre, proprio “Vento nella foresta” è un brano sentito, in quanto scritto per un evento particolare del 2018 in cui la tempesta Vaia distrusse milioni di alberi nelle vallate che ho sempre avuto il piacere e la fortuna di frequentare e a cui sono legato.

7) Quanto di personale c’è nei tuoi pezzi?

Tutto. È tutto autentico. Sono lettere, anche se musicali. È una specie di diario. La mia musica nasce da ascolti di natura molto varia, ma dentro porta con sé elementi che appartengono ad altri campi, soprattutto legati all’immagine come la pittura, la fotografia o il cinema. Mi rifaccio inoltre a ricordi, esperienze personali, atmosfere particolari. Mi viene in mente il primo disco dei Modena City Ramblers, “Riportando tutto a casa”. Mi è sempre piaciuto quel titolo, così come la copertina dell’album. Ecco. Lavorare a questo disco è stato un po’ come riportare tutto a casa, in un certo senso.

8) Sei un cantautore che scrive molti pezzi oppure hanno difficoltà a nascere?

Beh, per fortuna sono semplicemente un chitarrista (anche se una vita fa avevo scritto qualche canzone). Però mi piace essere paragonato ad un cantautore. Non vedo grosse differenze, come intenzione dico, tra il mio modo di pormi e quello di un cantautore vero e proprio. La mia musica è strumentale ma è “cantabile”, tanto che su alcuni brani potrebbero quasi essere scritti dei testi. Ad esempio “Partenze”, “Attorno al fuoco” o “La nanna di Giovanni”.

9) Come giudichi l’uso della tecnologia e dei social media al servizio della musica?

Va benissimo, ben venga! Penso che spesso, al contrario di quanto si può pensare, sia stata la musica a dare una spinta alla tecnologia. Penso ai sistemi di divulgazione che nel tempo si sono via via raffinati… Qualcuno sa cos’era il rullo di cera? È stato uno dei primi metodi di registrazione e riproduzione del suono e da lì la ricerca alla definizione non si è più fermata. Mi dispiace un po’ che “il supporto fisico” sia stato soppiantato dalle piattaforme, ma allo stesso tempo sono affascinato dalle soluzioni che via via vengono trovate e adottate per la divulgazione della musica e dei vari contenuti sonori e visivi. Per non parlare della meraviglia di certi studi, strumenti analogici e software per la registrazione. È un mondo fantastico!.

10) Il ruolo del cantautore è sempre stato soggetto a cambiamenti. Qual è la tua opinione sui compiti (ad esempio politici / sociali / creativi) degli artisti di oggi e come raggiungi questi obiettivi nel tuo lavoro?

Come dicevo, mi piace essere paragonato ad un cantautore, ma per fortuna compongo “senza parole”, così ognuno è libero di interpretare ciò che vuole. Nel mio primo lavoro ho voluto ringraziare chi si è occupato di bellezza (quella che, dicevano, salverà il mondo, giusto?). Ecco, preferirei concentrarmi su questo; sull’impegno e sul valore del tempo che serve per realizzare qualcosa di bello e di utile, possibilmente, per gli altri. Abbiamo un sistema saturo di opinionisti improvvisati, che spesso vanno a coprire le fonti autorevoli. Per il momento preferisco applicare il metodo di chi, come me, ha fatto la gavetta, “stai zitto e suona”. Feroce, sì, ma a volte molto più onesto. D’altra parte i più grandi, sui temi delicati, fanno sempre silenzio. Ci sarà un motivo…

11) Che consigli daresti ai nuovi artisti che desidererebbero emergere?

Sono lusingato per la domanda, ma non mi sento una fonte autorevole. Più che agli artisti emergenti, dato che svolgo il lavoro di insegnante, vorrei mandare un messaggio a chi studia con l’intento di fare l’artista. Siate pazienti e non abbiate paura della fatica: è quella che dà valore alle cose. Il “tutto e subito” non è la realtà, o forse lo è solo in casi rari, mentre la perseveranza e la fedeltà al proprio progetto sono ottime risorse personali. Chi le coltiva e le conserva in modo concreto prima o poi potrà raggiungere il proprio obiettivo. Fare tesoro di tutte le esperienze personali e considerare seriamente che, di norma, i fallimenti sono maggiori dei successi. Però quando questi ultimi arrivano… goderseli a pieno!

12) Gli artisti spesso vivono immersi nelle emozioni del presente. Il futuro ti spaventa? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non mi sento ancora così vecchio, ma comincio ad avere un buon passato alle spalle. No, il futuro non mi spaventa, anzi, mi attira. Di progetti ne avrei tantissimi, ma per la loro realizzazione i problemi soliti sono quelli comuni a tutti: tempo e denaro! Piedi per terra e andare avanti. Nell’immediato sto pensando alla presentazione dal vivo di questo mio album: come renderlo al meglio davanti ad un pubblico, come meglio esprimermi per trovare un bel rapporto con il pubblico. Ci sono persone interessate al disco che si occupano di altri linguaggi artistici e mi piacerebbe concretizzare insieme le loro interessanti idee. E poi, ora che il primo lavoro è stato pubblicato… si inizia a stendere il secondo. No? Grazie mille per l’intervista!.

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