INTERVISTA ESCLUSIVA AL CANTAUTORE ARETINO ANDREA BARDELLI

Andrea Bardelli è un cantautore di Arezzo, indipendente. Si occupa di libri, fotografia e musica. Ha iniziato a suonare da autodidatta all’università. Nel 2024 ha pubblicato il suo primo EP “20 years nightsongs” con Hikaru Label, un lavoro acustico legato a un album di venti anni fa. Nel 2025 è uscito l’EP “The poets work at night” con (R)esisto Distribuzione, prodotto da Michele Guberti. Questo EP mostra una parte più matura della sua identità, legata alla tradizione della musica rock americana. Ha circa cento canzoni inedite. Si definisce “autore libero” piuttosto che “artista”, credendo che la vera Arte sia un privilegio di pochi.

1) Come nasce l’idea di intitolare il tuo nuovo EP “The poets work at night”? Puoi parlarci anche dei tuoi lavori precedenti?

“The poets work at night”, in distribuzione dal 14 novembre, fa seguito al precedente “20 years nightsongs”, produzione semi-acustica del 2024 di brani risalenti a venti anni prima, e questo ne spiega l’intitolazione. Ė un omaggio ai miei esordi da cantautore, che si sviluppavano, come accade ancora adesso del resto, prevalentemente nelle ore notturne, e questo spiega invece il titolo del mio nuovo EP. In esso ho voluto recuperare l’incipit di una poesia di Alda Merini – “I poeti lavorano di notte”, appunto – che trovai scritta a mano su un foglio mezzo stropicciato dentro la buca delle lettere, all’epoca del mio trasferimento in una scomodissima mansarda del centro storico. Mi era stata dedicata da una ragazza, allora sconosciuta, che aveva notato la luce della mia stanza accesa fino a tardi, notte dopo notte, e sin da subito ho ritenuto quel componimento particolarmente aderente alla mia condizione esistenziale.

2) Qual è stata l’ispirazione principale per il singolo “Last summer (of my life)” e come si collega al resto dell’EP?

Ė stata il presagio di un cambiamento che sentivo mio malgrado giungere dall’esterno per scuotermi da dentro. La sensazione di una trasformazione feroce e imminente alla quale, per una volta, non avrei saputo oppormi e non sarei “sopravvissuto”, in una certa misura subendo l’annientamento di una parte di me cui avrei dovuto dire addio. Il singolo – probabilmente il brano che attualmente più mi appartiene – è legato ai restanti pezzi dell’EP da una contemporaneità cronologica che li colloca come testimoni di una specifica fase della vita. Questo legante è rafforzato ulteriormente da una produzione coerente in termini di arrangiamenti e sonorità, di modo che l’EP si trova a raccontare la complessità di una visione dello stare al mondo attraverso brani, anche piuttosto distanti nell’idea alla base del concepimento, che riescono ad abbracciare l’intero spettro delle mie emozioni.

3) Puoi dirci di più sulla tua esperienza nel MAGIARI Sound Factory Studio e come ha influenzato la produzione del tuo nuovo lavoro?

Dopo l’esperienza di “20 years nightsongs” ero orientato verso una produzione diversa per la realizzazione del nuovo EP. Ho cercato per settimane, spesso ricevendo risposte non persuasive o non allineate con la modalità operativa che avevo in mente. Molti mi proponevano un lavoro a distanza, mentre per me era imprescindibile stare in studio, discutere in tempo reale delle soluzioni musicali da adottare, partecipare attivamente all’assemblaggio dei brani. Quando il tempo scarseggiava e anche la speranza – volevo registrare in estate e quella sessione sarebbe stata la mia vacanza – , Giordano Sangiorgi ideatore del MEI (Meeting Degli Indipendenti) mi ha messo in contatto con Massimiliano Lambertini, direttore artistico di Alka Record Label, (R)esisto Distribuzione e fondatore del Magiari Sound Factory, professionista con anni di carriera e soprattutto concretamente interessato a seguire il mio percorso, non l’ennesimo tizio che una volta consegnato l’album ti lascia senza una rotta. Nello Studio sono stato affiancato dall’ottimo producer Michele Guberti, che, con competenza e tutta la pazienza necessaria per confrontarsi con un autore “consapevole” e difficile come il sottoscritto, in una decina di giorni ha chiuso il disco.


4) In che modo la poesia di Alda Merini ha influenzato la tua scrittura e il tuo approccio musicale?

Ho letto (e riletto) negli anni qualcosa di suo e suppongo – come qualunque altra esperienza che viene digerita da una mente – questo abbia contribuito a costruire il mio immaginario anche a livello musicale. Mi torna spesso in mente la nota frase di Ansel Adams – riferita alla fotografia ma credo sia lo stesso per la musica e le altre discipline artistiche – “Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Tra l’altro il mio primo libro della Merini mi fu regalato, ed è lo stesso che compare nella fotografia di copertina dell’album, unico aperto tra tutti volumi, semi-nascosto sotto il piano della scrivania. Un omaggio volutamente non riconoscibile ma che ci tenevo ad inserire, insieme ad altri elementi/citazione, tipo indizi o enigmi, mimetizzati nella scena e riconducibili alla mia vita.


5) Hai dichiarato che le canzoni nascono da intime riflessioni e interrogativi dell’anima. Puoi condividere un momento specifico che ha ispirato una delle tracce dell’EP?

Ti racconto meglio il primo singolo della produzione, “Last summer (of my life)”. In quel periodo avvertivo una risonanza di cambiamento, dettaglio per me non trascurabile visto che sono estremamente refrattario alle trasformazioni. Sentivo echi che mi sussurravano come il tempo, quello degli equilibrismi e delle uscite di servizio, fosse in scadenza e non fosse possibile portarlo oltre, e per la prima volta mi trovavo senza una via di fuga. Non ricordo esattamente come – perchè in genere fare funzionare un brano mi richiede parecchi tentativi e calibrazioni – ma ogni ingranaggio del rompicapo, gli accordi e la linea vocale, la struttura ritmica, il testo scritto poggiato ad una quercia una sera di fine estate, si è incastrato immediatamente nel suo spazio, come fossi guidato da forze infallibili. E anche la produzione ha imboccato da subito la giusta strada, fatto curioso per me che sono particolarmente scrupoloso e incontentabile.


6) Quali sono alcuni degli elementi musicali che hai scelto di includere nel tuo EP per riflettere la tua identità artistica?

Ho interessi musicali che spaziano tra generi piuttosto diversi, ovviamente in relazione alla mia giornata o più in generale alla mia dinamica esistenziale, nondimeno l’elemento che discrimina il mio interesse verso un ascolto è la componente melodica che rintraccio al suo interno e che cerco inevitabilmente di riproporre anche nelle mie composizioni. Indipendentemente dagli arrangiamenti, per quanto abbia la predilezione per l’uso di chitarre acustiche, organi e pianoforti, fiati e archi, sezioni vocali corali, i miei brani sono improntati intorno e a servizio dell’idea melodica, in una alternanza tra il soffuso e il dirompente. Del resto l’universo per come lo concepisco io è impostato su dicotomie e contrapposti, e un brano, che comunque ne è parte, deve riflettere questa ambivalenza.


7) Come descriveresti l’equilibrio tra elegia e tormento all’interno delle tue canzoni?

Diciamo che sono le due polarità motrici della mia produzione musicale, gli opposti che innescano la propulsione creativa. Tra questi estremi esiste una nutrita serie di sfumature emotive intermedie ma è unicamente quando il sentimento si sposta verso uno dei due margini che la scrittura assume una consistenza sonora convincente. Io almeno funziono così, soltanto con l’animo fortemente sollecitato rilascio una risposta espressiva di valore. E dunque mi muovo in equilibrio su questa linea ideale che congiunge il tormento, forma di massima disarmonia, con l’elegia, che al contrario implica una sorta di accordo superiore con l’universo. Vedi come ritorna il discorso dei contrapposti?


8) In che modo il tuo background e le tue esperienze personali hanno plasmato il tuo stile musicale?

Ė una questione complessa. A partire dalla sensibilità personale, credo che in linea di massima e se libero di scegliere ognuno nella vita sia attratto da quello che sente più affine a sé stesso, e che questo insieme di esperienze accumulate contribuisca incessantemente a smantellare e ridefinire l’individuo. Così quello che realizzo e il mio stile sono la risultante di una combinazione di fattori concomitanti difficili da districare ma che determinano un linguaggio che solo quello potrebbe essere.


9) Che messaggio speri di trasmettere ai tuoi ascoltatori attraverso le tue canzoni?

Le canzoni, come qualunque esito artistico, appartengono solo in parte a chi ne è autore e diventano qualcosa d’altro nel momento in cui raggiungono un pubblico, per il quale assumono un significato che va oltre le intenzioni originarie. Nel mio caso, non muovendo dalla volontà di veicolare un messaggio specifico e inequivocabile, la speranza è che i brani possano semplicemente condurre emozioni, che poi dovrebbe essere il fine ultimo di chi si trova ad avere a che fare con un processo artistico. A proposito, nonostante fare canzoni sia un atto creativo, per me stesso alla definizione di “artista” preferisco “autore libero”, perché essere artisti implica una portata intellettuale e una responsabilità comunicativa che solo pochi di quanti vi si appellano possiedono realmente.


10) Quali sono i tuoi progetti futuri dopo l’uscita di “The poets work at night”?

Sono cantautore, a fasi alterne, da venticinque anni e soltanto di recente ho iniziato a pubblicare il materiale. Nel dramma del Covid, il lungo isolamento del lockdown mi ha fornito l’occasione, verosimilmente irripetibile, di rimettere insieme i pezzi. Mi riferisco a ore e ore di registrazioni e promemoria su musicassette insieme ad appunti scritti a penna, come usava ai tempi in cui ho incominciato. Al momento direi di avere sviluppato solo una minima parte del repertorio, per cui, sorte e soldi permettendo – perché giocare a fare il cantautore a quarant’anni è una scelta razionalmente azzardata -, intendo proseguire con un terzo album che avrebbe già pronti un titolo, i brani e una ipotesi di artwork. E in tutto questo ti confido che è un tormento infinito la consapevolezza di tutto il materiale che ancora mi resta cui dare una veste definitiva, perché non vado d’accordo con i sospesi, anche se alla fine sono parte essenziale della mia poetica.

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